Son tutte belle le mamme del mondo, ma la mia esagerava

La gran bellezza al bagno che vedete, sono io.
Purtroppo si è fatto di tutto affinché il mio fascino, nella foto, fosse mutilato nei limiti del possibile: pannolino pieno di sabbia, sole negli occhi, taglio di capelli manicomiale. Non escludo che mi fosse stato dato qualcosa di particolarmente disgustoso da mangiare, tanto per spegnermi l’entusiasmo.
Nella foto c’è anche Quella, con il suo costume di pelle argentata. Non c’era modo di posare per un ritratto senza che Quella si precipitasse a occupare l’inquadratura nella fretta di mostrare a tutti che era molto più alta di me. Come se il fascino fosse solo questione di statura.
Di Quella non c’era mai modo di liberarsi. Mio padre lavorava, io andavo al mare, Quella se ne approfittava e si piazzava nella mia camera d’albergo.
Scendevo a colazione, i camerieri correvano: mi bastava sorridere e mi portavano un sacco di roba buona, cose speciali per clienti speciali. Quella, appena si giravano, prelevava le cose dal mio piatto dicendo: questo no, questo ti fa male, quello lo mangi dopo, questo fai assaggiare. E mi rimanevano due briciole.
Andavamo in spiaggia, Quella si piazzava sotto il mio stesso ombrellone con la scusa che mi aveva portato i giocattoli. Poi attaccava a corrermi dietro con una crema bianca e puzzolente, tanto per essere sicura che mi trovassero repellente anche i ricci di mare.
Purtroppo essere belli non è per niente una passeggiata: a parte gli invidiosi, tipo Quella, c’è anche il fatto che non passi inosservata, capisci. Bastava che ci avessero visto una volta e non mi dimenticavano più.
Io scappavo, filavo come un furetto, ma tutti mi riconoscevano là al mare, persino nei bagni più lontani. C’era quindi sempre qualche energumeno che mi rincorreva sotto i lettini, si graffiava le ginocchia sulle conchiglie, picchiava i gomiti contro l’intelaiatura di legno, si beccava morsi alle dita pur di prendermi tra le sua braccia e tenermi stretta.
Quando tutto il lavoro era stato fatto, arrivava lei con gli occhioni lucidi e si scusava. Cioè, si scusava LEI. Allora tutti a consolarla, LEI.
E a me, un succo di frutta.
Per fortuna c’era Piero, il bagnino più bello del mondo, con le braccia più accoglienti del mondo e la pelle più calda di sole del mondo. Aveva anche i capelli biondi lunghi.
Una volta che ho pestato un’ape sulla battigia meno male che c’era lui, sennò sarei morta. Lui mi ha preso in braccio e mi ha messo una moneta da cento lire sotto il piede. Poi, mentre io me ne stavo bella avviluppata che mi spuntava solo la capoccia dal suo bicipite, è arrivata Quella di corsa, e in un raptus di gelosia mi ha strappata all’uomo della mia vita senza un se e senza un ma. Controllando il piede sbagliato, per giunta.
Piero aveva capito quale dramma io vivessi e chiedeva sempre appuntamenti serali a Quella, pur di incontrami. Lei gli diceva di no, ma lui per sicurezza la sera passeggiava davanti all’ingresso dell’Hotel, lo vedevamo dal balcone. Credo che volesse dirmi: tranquilla, io ci sono.
Nonostante tutte le manovre di Quella, comunque, gli uomini mi cadevano ai piedi. Bastava che io e lei facessimo la passeggiata in spiaggia al tramonto, che frotte di giovanotti accorrevano e mi riempivano di complimenti. A lei dava sempre un fastidio tremendo, così a metà passeggiata regolarmente sbuffava, mi prendeva in braccio e se la filava.
È tanto brutta, l’invidia.
Quando arrivava mio papà era persino peggio: niente succhi di frutta. Mio padre aveva le braccia come i polipi: con uno teneva la mano di lei e con altre cinque mi acchiappava per la collottola in qualunque momento.
Correva anche maledettamente più veloce degli altri. Questo non era proprio un difetto, soprattutto quando si trattava di prendere al volo i giocattoli che buttavano dagli aerei con i paracadutini, sulla Costa Romagnola. Ma poi con i giocattoli ci giocava lui, dopo avermi seppellito in una buca o gettata al largo con un salvagente.
Credo che glielo suggerisse Quella, perché voleva stare sola con lui. Che sarebbe anche stata una buona cosa, così me la toglievo di torno, ma quando c’era mio padre i bagnini sparivano perché sapevano che lui di me era molto geloso. D’altronde non tutti avevano una figlia di siffatta bellezza.
Quando mio padre se ne andava, avevo di nuovo intorno tutti i miei ammiratori.
Se solo Quella fosse stata meno scontrosa. Quando c’era mio padre parlava e parlava e io non potevo scappare che lui aveva persino i piedi prensili e mi agganciava con l’alluce il bordo del costumino e io sgambettavo nel vuoto.
Quando finalmente recuperavo un po’ di protagonismo, Quella metteva il broncio.
Per fortuna c’era Piero. Stava seduto all’ombra e guardava il mare azzurro con i suoi occhi azzurri. Io mi arrampicavo sulle sue ginocchia e lui mi dava un bacio. Poi mi regalava sempre un fiore e mi diceva: “Portalo alla mamma!”.
19 Marzo. Mio padre
C’era una volta a Isola Rossa
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Mi fa triste se l’esperienza della mamma ti appartiene…della mia ricordo tante cose belle e il fatto di somigliarle mi riempie di malinconica gioia
Mi piace molto il suo modo di scrivere. E non lo dico a tutte 🙂
Ironico ma con stile.
Grazie!