C’era una volta a Isola Rossa
Puoi leggere questo articolo ascoltando questa canzone: Maroons 5 - Memories

Guarda la fotografia, togli i moli di cemento. Trent’anni fa c’erano solo rocce. Cancella la maggior parte delle case. Isola Rossa era così.
Dietro la torre abitava una bambina che aveva cresciuto un gabbiano. Nei giorni senza vento lui tornava a volare in cerchio sulla sua casa, chiamandola con un verso speciale. Lei usciva di corsa e stendeva le braccia verso il cielo. Il gabbiano allora lanciava un ultimo grido, chiudeva le ali di colpo e si tuffava in picchiata nell’abbraccio.

C’erano solo due bar ed erano in concorrenza maligna tra loro. Quell’estate lavorai in entrambi per pagarmi il lungo soggiorno e in questo modo vidi e ascoltai un sacco di cose, grazie al triste fatto che nello sfruttamento del lavoro estivo i gestori spesso si dimenticano che stanno usando delle persone e non degli oggetti. Per certi versi fu dura, ma imparai moltissimo.
La domenica i ragazzi del posto partivano sempre per una gita di qualche centinaio di metri, superando la spiaggia grande per raggiungere le calette di sabbia e scogli su cui camminavano decine di polipi. Con una sporta piena di pane e limoni, armati di coltello e cinture da sub, s’immergevano qualche metro in apnea e staccavano con abili fendenti le ostriche larghe e piatte che aderivano alle rocce rivestite di muschio chiaro. Poi, tutti a fare merenda.
Le cozze, eh, acqua troppo pulita, crescevano poco. Fluttuavano in piccoli grappoli nerissimi e lucenti senza neppure un’incrostazione, ma erano grosse come noccioline. Non ne valeva la pena.
Al molo, che era soltanto una piccola insenatura improvvisata, erano ormeggiate le barche dei pescatori e quelle dei mitici corallari.
Avevamo chiesto ai pescatori di poterci unire a loro per un’uscita in mare. Partiti all’alba e calate le reti, i pescatori si erano messi saggiamente a dormire sottocoperta, mentre noi eravamo rimasti a galleggiare sotto il sole, cercando di reprimere i conati di vomito che un beccheggio così può procurare anche al più duro dei marinai. Poi c’era stato il recupero delle reti pesanti e taglienti, piene di aragoste, di grossi sgombri lucidi troncati a metà dal morso di altri pesci di passaggio. Ci trovammo faccia a faccia con piccole razze dalle bocche piene di denti triangolari e con inquietanti esseri gelatinosi degli abissi.
Per meglio farci assaporare la dura vita dei lupi di mare che avevamo detto di voler conoscere, ci misero a “curare le aragoste”. I pescatori le staccavano dalla rete e ce le lanciavano; queste facevano un breve volo nell’aria da poppa a prua agitando le chele; noi le afferravamo, vive e bagnate, e avevamo l’ingrato compito di staccare a morsi le loro chele più grosse, affinché non si “rovinassero” l’un l’altra nel secchio dove finivano ammucchiate a morire lentamente.
Le chele strappate, i pezzi di pesce mangiati da altri pesci e alcuni animali poco smerciabili, finirono per essere la nostra paga, trasformata in una Zuppa Gallurese. Oggi non sopporterei più una simile esperienza, ma ai tempi invece mi ero goduta egoisticamente la zuppa, che in tutta onestà credo sia stata la cosa più perfettamente buona che io abbia mai mangiato.
I corallari di Isola Rossa erano famosi in tutta la regione e qualcuno di loro era anche diventato ricco. Era il corallo vermiglio, tipico della zona e molto pregiato, a non esserci più. Per trovarne ancora bisognava immergersi con le bombole sempre più in profondità, anche fino a 90 metri.
La sera, come gladiatori sopravvissuti, i corallari arrancavano al bar dopo la giornata di lavoro. Gli occhi rossi e febbricitanti, i movimenti lenti, il braccio paralizzato dall’embolia della stagione precedente, bevevano una gazzosa perché la birra proprio non ce la facevano, e andavano a dormire. Nonostante il rischio altissimo, s’immergevano quotidianamente e arrivavano a guadagnare fino a cinquecentomila lire al giorno per tutta la stagione estiva. Le loro mute, nuove e spesse quasi un centimetro a Giugno, si trasformavano in carta velina prima ancora di Settembre, schiacciate dalla pressione di quasi 10 atmosfere.
Anche quella era un’avventura che non si poteva perdere e io avevo un brevetto sub nuovo di zecca. Ci proponemmo come mozzi tuttofare e partimmo una mattina presto con una piccola flotta d’imbarcazioni e una certa tensione silenziosa che aleggiava ovunque. Stesso mare e stessa luce del mattino, ma mentre i pescatori salpavano seduti guardando l’orizzonte assonnati e lasciandosi svegliare dal vento e dal caffè, lì sembravano tutti essere in piedi da ore, non bevevano o mangiavano nulla. La muta già infilata a metà, ripassavano con sguardo grave le attrezzature, e parevano soldati pronti per un lancio di paracadute in territorio nemico.
Il corallaro ricco si era potuto comprare una piccola camera iperbarica che aveva installato sulla barca, ma gli altri, per dieci minuti di raccolta a 90 metri, dovevano risalire a tappe appesi alla corda, per una decompressione in acqua che durava ore.
Un solo eco-scandaglio in uso alla flotta ci guidò sul bordo di un crepaccio profondo, forse senza fine. Cercai di guardarci dentro con la maschera a pelo d’acqua ed ebbi una sorta di vertigine: sembrava di osservare una montagna dal basso, le cui cime si perdevano in un cielo nerissimo.
Tutte le mie conoscenze su ‘l’immersione sicura’ sembrarono subito ridicole. Con la muta che cominciava a smagliarsi, pinne usurate, maschera, bombola, una torcia, un martello e una corda lunghissima legata in vita, i corallari raccolsero uno dei grossi sassi che si erano portati, lo abbracciarono stretto e si tuffarono in fretta, mentre la corda con le tacche si srotolava velocissima vicino alle mie caviglie. 15, 30, 50 metri in pochi secondi, per arrivare subito dove era buio e freddo senza sprecare aria. Alla faccia dei miei sforzi per compensare i timpani ogni mezzo metro. Questi qua deglutivano e basta, dovevano avere dei timpani di gomma, quelli che ancora li avevano.
Dopo dieci minuti di silenzio assoluto, passati in barca a fissare le cime delle corde che si muovano appena sparendo nell’acqua immobile, i primi palloni rossi emersero di botto uno dietro l’altro trasportando in superficie il loro bottino di corallo raccolto a martellate. Le corde a bordo iniziarono a tendersi, mentre i corallari risalivano dei pochi metri concessi per poi fermarsi lì, appesi ad aspettare che il loro corpo si adeguasse alla nuova profondità.
Aiutammo il mozzo a recuperare i palloni con un lungo uncino e a calare in acqua una semplice lavagnetta corredata di gessetto e appesantita da un sasso, proprio lungo una delle corde che si era tesa strattonando. Al secondo strattone della corda recuperammo la lavagnetta e c’era scritto: CAMBIO. Nuova corda, nuovo nodo, e una bombola piena venne calata in mare per sostituire quella quasi esaurita di uno dei corallari.
Fare un cambio di bombola a 70 metri di profondità non è uno scherzo. Il peso dell’acqua ti schiaccia e ti muovi come se ci fosse un uomo in piedi sulle tue spalle. L’aria deve essere succhiata con forza disperata dal boccaglio e basta per due secondi, poi devi respirare di nuovo, affannato. Il rantolo sordo del tuo respiro e i movimenti impacciati ti dicono che in quel mondo sei un alieno inadeguato. La maschera s’incolla alla faccia e ti risucchia gli occhi dalle orbite. Ogni minuto il risucchio diventa intollerabile e l’acqua inizia a infiltrarsi, allora devi premere la maschera contro la fronte con una mano e contemporaneamente soffiare forte dalle le narici per svuotarla e ripristinare la pressione interna. Fare questa manovra in piscina è relativamente facile, ma a quella profondità, se sbagli, l’acqua ti entra nel naso con la forza di un treno. Tossire con il boccaglio tra i denti diventa molto pericoloso. Stare anche solo un secondo senza respirare è impossibile: i polmoni s’incavano e chiedono aria.
Mi misi a a fissare le piccole ondulazioni di ogni corda, controllandole ossessivamente.
Tirammo su le bombole vuote e calammo a più riprese la lavagnetta, che ora tornava indietro con un’altra scritta: AQUA. Un secchio zavorrato di metallo, pieno di acqua calda, fu calato a più riprese. Il corallaro di turno versava l’acqua nella muta, cercando di scaldarsi.
Improvvisamente una corda si mise a fare un piccolo movimento sinuoso, circolare. Il mozzo ci scostò brutalmente e si precipitò a recuperare una pistola lanciarazzi nascosta sotto una tovaglia. Sparò in acqua, molto vicino alla corda, mentre noi fissavamo la scena terrorizzati. Subito fu calata la lavagnetta, che tornò indietro con: ANDATO UN FURGONE!!
Il mozzo ci sorrise, era giovane ma aveva la pelle incartapecorita e le rughe intorno agli occhi.
– Uno squalo bianco – disse – Ce ne sono sempre di più: entrano nel Mediterraneo seguendo le navi dal canale di Suez e sono giganteschi. Mica c’erano, dieci anni fa. -.
Io pensai al corallaro appeso alla corda come l’esca all’amo, che guardava lo squalo grosso come un furgone avvicinarsi pigramente.
– Di solito quando nuotano così in superficie non mangiano, per fortuna. – Così aveva detto il mozzo.
Nel frattempo i corallari erano risaliti di qualche metro. Quello che possedeva la camera di decompressione gonfiò un pallone legandolo al polso per risalire a tutta velocità e infilarsi in quella specie di bara trasparente, dove fu prontamente riportato a una pressione di 5 atmosfere. Sembrava molto malato e si rannicchiò addormentandosi sotto una spessa coperta, all’asciutto. Noi continuammo ad assistere gli altri con le bombole e l’acqua calda.
Quando i corallari risalirono a 30 metri, la lavagnetta disse: LIBRO. Una maschera con lenti da vista e un Giallo Mondadori furono gettati in acqua legati al solito sasso.
Indossai la mia maschera e misi la faccia in acqua: ora potevo scorgere il mio amico corallaro miope, con la corda attorcigliata intorno alla caviglia, che fluttuava semi sdraiato e leggeva approfittando della visibilità di quel mare così limpido.
Quando finiva una pagina la strappava e questa si allontanava verso gli abissi nuotando lenta. Chissà dove finiva.
L’ultima decompressione a 3 metri fu la più estenuante. Mentre il corallaro nella camera iperbarica adesso poteva ascoltare musica da un walkman senza che questo fosse frantumato dalla pressione, quelli ancora sott’acqua sembravano alghe moribonde in balia delle correnti.
Quando li issammo in barca erano pallidissimi e non parlavano.
Rientrammo nel primo pomeriggio e loro andarono a riposarsi, prima di passare per la gazzosa al bar e per quella mezz’ora di vita sociale sulla terra a compiacersi della gravità e dell’aria leggera.
Visto che avevo superato l’esame da mozzo e avevo il mio bel brevetto da sommozzatore conquistato con un corso alla piscina comunale, i corallari quell’estate mi fecero un altro regalo: mi fornirono l’attrezzatura e mi portarono a fare un’immersione in una buca dal fondo piatto e circolare, profonda 50 metri. Avevo un brevetto PADI che mi abilitava al massimo a 30 metri e non mi ero mai immersa oltre i 10, ma nessuno se ne preoccupò, neppure io.
Ricordo la mia discesa lenta a soffiare nel naso tappato dalle dita per cercare di salvare i miei timpani dalla pressione. Mi accompagnava uno dei corallari, mentre quello miope mi controllava dalla superficie con la maschera, galleggiando a pancia in giù in costume da bagno, con le braccia aperte. Distinguevo perfettamente lui e la chiglia della barca 40 metri più in alto, sembravano appoggiati sul vetro.
A un certo punto lui mi salutò e io cercai di fargli un cenno, come per dire O.K. ma forse mi mossi in modo goffo. Lui prese subito un sasso dalla barca, e con la sola maschera, senza neppure le pinne, scese come un proiettile, in apnea. Arrivato alla mia profondità lasciò andare il sasso e iniziò a nuotarmi intorno, sistemando la mia attrezzatura, controllando le manopole sulla mia schiena e guardandomi bene in viso con le sue lenti, mentre io gorgogliavo come un mantice inceppato.
Mi sembrò un’operazione lunghissima e sentivo crescere l’ansia a ogni secondo che passava, ma lui sembrava assolutamente a suo agio. Lo guardai risalire tranquillo verso la superficie: io intabarrata come un astronauta, lui che sembrava un pesciolino con gli occhi grandi. Sarebbe morto di lì a un mese a soli tre metri di profondità, a causa di un mozzo distratto: aveva chiesto il cambio della bombola e il mozzo l’aveva calata senza guardare; la bombola probabilmente lo aveva colpito alla testa, un colpo leggero ma sufficiente per farlo svenire, e lui era annegato, così. Quando lo ricordo risalire senza fretta verso la superficie azzurra mi chiedo perché mai sia dovuta andare in questo modo e mi pare una cosa assurda e irrispettosa.
Nella fossa col fondo piatto la visibilità era perfetta: intorno a noi c’erano pareti nere e bucate da cui spuntavano decine di chele e baffi. Il corallaro che mi accompagnava non esitò a infilare le mani nude in una delle buche e a tirarne fuori un astice recalcitrante, che sarebbe stato il condimento dei nostri prossimi spaghetti. Avrei voluto chiedergli di lasciarlo andare, ma non potevo parlare e soprattutto sarebbe servito a poco, presumo.
I pesci, curiosi e per nulla intimoriti, si avvicinavano e poggiavano la bocca sul vetro della mia maschera, come a dare dei piccoli baci. Alcuni si lasciavano toccare, scivolando via languidi per poi tornare a strusciarsi, come gatti. Erano affascinati dalle bolle che uscivano dai nostri boccagli e si davano il turno a sbocconcellarle.
Nella decina di minuti in cui fui ospite di quel mondo misterioso, trovammo anche un piccolo pezzo di corallo rosso, sfuggito inutilmente per qualche tempo e cresciuto di nascosto, sotto una roccia. Il corallaro lo raccolse, per poi consegnarmelo come ricordo di quell’impagabile avventura.
L’ho ributtato in mare ed è affondato in fretta tra gli scogli, quelli alla fine della spiaggia grande di Isola Rossa.
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