Test di Rorschach su un campione di richiedenti asilo presso il Moria Camp di Lesbo.

Moria Camp, Lesbo, Grecia. Copyright: The Greek Observer
Sull’isola di Lesbo, in Grecia, c’è il più grande hotspot d’Europa: il Moria Camp. Istituito nel 2015 per far fronte agli sbarchi di migranti che attraversano l’Egeo per raggiungere l’Europa dalle coste turche, è attrezzato per ospitare fino a circa 3000 persone per un breve periodo di tempo, in attesa che siano smistate. La situazione oramai si è cronicizzata e ad agosto 2019 il numero degli abitanti del campo ha superato le 11.000 unità. La permanenza lì prevista per ciascuno di loro è di almeno un anno.
Tra le nazionalità maggiormente presenti c’è quella proveniente dall’Afghanistan (circa 33%) e quella proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo (circa 12%). I maschi adulti complessivi sono il 40%, il 25% sono femmine e il 35% sono minori. Dei minori, circa il 20% non è accompagnato ed è costituito prevalentemente da maschi.
La situazione, come già esposto da molti, è drammatica sotto molti punti di vista, non ultimi quello igienico-sanitario e quello psichiatrico.
Durante la mia permanenza ho collaborato con una ONG accreditata che fornisce assistenza legale gratuita ai richiedenti asilo. Come psicologo clinico ho fatto colloqui agli assistiti dietro invio degli avvocati o del Protection Officer, e l’incontro si svolgeva con la presenza di un interprete. Lo scopo dei colloqui era prevalentemente quello di ottenere un’indicazione di diagnosi da aggiungere al fascicolo per l’intervista con l’Ufficiale dell’Immigrazione e/o accelerare la presa in carico del paziente da parte delle autorità locali, in particolare dei casi di vulnerabilità (disturbi psichiatrici, vittime di tortura, violenza sessuale…) non ancora individuati.
I casi da me osservati sono stati soprattutto di adulti provenienti dall’Afghanistan e dalla Repubblica Democratica del Congo, con una percentuale di maschi e femmine pressoché equivalente.
Gli incontri, della durata di un’ora circa, erano complicati da alcuni fattori:
– Invio poco chiaro o comprensione limitata/fraintesa da parte dell’assistito del contesto e dello scopo del colloquio.
– Condizioni ambientali al limite della sopportabilità: temperature altissime all’interno del container usato come ufficio, spazi ridotti, colloqui in altre lingue udibili attraverso i divisori.
– Difficoltà a interpretare toni, gesti e mimica degli assistiti, data la grande distanza culturale.
– Scolarizzazione degli assistiti estremamente bassa, con un’alta percentuale di analfabetismo totale. Scarsa attitudine all’espressione verbale e linguaggio limitato.
– Colloquio spezzato e di difficile interpretazione a causa della traduzione necessaria. Nel mio caso si trattava di parlare una lingua straniera in partenza, l’inglese, che era tradotta in un’altra lingua. In alcuni casi l’interprete, pur parlando la lingua dell’assistito, proveniva da una cultura completamente diversa.
– Privacy ridotta a causa della presenza dell’interprete, spesso a sua volta residente nel campo.
Era inoltre necessario distinguere eventuali sintomi di disturbi cronici da quelli imputabili alla condizione di stress generalizzato che quasi tutti gli assistiti presentavano, e che erano legati alla situazione contingente: vivere in campo di tende affollatissimo nel quale gli episodi di violenza e di discriminazione sono quotidiani, mancanza di riferimenti e di mediazione culturale, mancanza di cibo e riposo adeguati, limbo burocratico e incertezza per il futuro.

Tavole del test di Rorschach in ordine di numerazione
Il test di Rorschach mi è parso pertanto un’opzione utile per cercare di aggirare alcune delle difficoltà presenti, in particolare quella verbale. Inoltre, nella sua immediatezza di risposte brevi accompagnate dalle immagini, può illustrare il caso clinico in modo più efficace e credibile del semplice rapporto scritto, e per giunta in lingua straniera, di uno psicologo di parte. Le risposte mi sono parse in gran parte genuine e il loro inserimento nel rapporto psicologico da me redatto si è spesso rivelato utile al fine di ricevere maggiore attenzione da parte delle autorità greche competenti.
Il rischio principale nell’usare questo test era la sua attendibilità, nella misura in cui era somministrato a persone di culture diverse da quella occidentale. A tale proposito non sono riuscita a reperire letteratura rilevante, e l’uso del test di Rorschach nel consulto psicologico presso il Moria Camp di Lesbos non risultava avere precedenti.
Date le molteplici variabili difficili da controllare, ho rinunciato a una siglatura completa affidandomi invece agli spunti proiettivi del test.
Altri test, come il T.A.T., sono stati scartati per via delle loro immagini indissolubilmente legate alla cultura occidentale e spesso di difficile interpretazione per gli assistiti (la tavola 1 del T.A.T., per esempio, mostra un bambino con in mano un violino, strumento poco conosciuto dalla maggior parte dei soggetti da me incontrati). I test di autovalutazione sono stati esclusi poiché non sarebbero stati giudicati attendibili dalle autorità.
Il test di Rorschach è stato somministrato a circa 100 persone adulte, equamente suddivise tra maschi e femmine, prevalentemente afgane e congolesi.
Il primo problema che si è presentato è stato quello di trovare una frase comprensibile che introducesse il test agli assistiti: “Una serie di fogli sui quali ci sono delle macchie di colore che si possono interpretare a piacimento” è stata la frase più usata, dopo averne discusso con gli interpreti, ma in molti casi l’assistito ha comunque creduto che il compito consistesse nel riconoscere delle immagini che rappresentavano qualcosa di reale, e di non essere in grado di farlo. È stato pertanto spesso necessario rispiegare lo scopo del test e mostrare un’immagine esemplificativa.
Lo shock intenso al rosso, quasi sempre interpretato come sangue, e al bianco e nero, era un fenomeno diffuso. Dopo i primi colloqui si è deciso di avvisare in anticipo alcuni assistiti della presenza di tali colori sulle tavole.
In generale, le risposte ottenute sono state perlopiù singole e globali per ciascuna tavola. Frequenti le tavole rifiutate, in particolare la II e la IX.
I risultati del test di Rorschach somministrato agli afgani mi sono parsi sovrapponibili a quelli occidentali, con una presenza piuttosto elevata di risposte di movimento per la tavola II e III. La risposta più frequente alla tavola I è stata “falena” e alla V è stata “farfalla” o “pipistrello”. Frequente anche la risposta: “lupi/leoni/orsi che scalano una montagna” alla tavola VIII, e “animali marini” alla tavola X.
Caso 1: S.
Femmina, anni 26. Nazionalità: afgana. Lingua: Farsi. Invio: richiesta del marito.
S. risiedeva al campo assieme al marito e alla figlia di 1,5 anni da circa due mesi. La famiglia è fuggita dall’Afghanistan a causa dei parenti di S., che non avendo approvato il matrimonio della coppia, minacciavano di uccidere suo marito per ripristinare l’onore della famiglia.
Il marito di S. aveva richiesto l’intervento di uno psicologo perché preoccupato per la salute mentale della consorte, diventata a suo dire “aggressiva” con lui e la bambina, e anche con i vicini di tenda.
(Traduzione dal rapporto psicologico da me redatto in inglese. Diagnosi omessa.)
” S. si è presentata a questo primo colloquio curata nell’aspetto e con atteggiamento timido e composto. Non mostra segni di nervosismo. Mimica e movimenti ridotti al minimo, secondo la sua usanza. Esordisce subito dicendo di non riconoscersi: è diventata una persona nervosa e aggressiva a causa della situazione di disagio all’interno del campo. Non riesce a dormire bene e ha momenti di frustrazione durante i quali cerca un responsabile della sua attuale situazione, che a volte le pare il marito, a volte la figlia, a volte lei stessa. Non sembra pienamente consapevole dell’iter burocratico e dei tempi necessari per la richiesta di asilo della sua famiglia, problemi la cui soluzione secondo lei spetta al marito, che per conquistarla aveva fatto molte promesse che ora tarda a mantenere.
S. sembra in difficoltà ad accettare il suo ruolo di madre e moglie, rimpiangendo la posizione di figlia protetta all’interno della sua famiglia di origine. La bambina piange se lei si allontana e questo per lei al momento non è sopportabile. Il marito sembra essere in una posizione di sudditanza, per via dell’età (è di due anni più giovane) e per via delle promesse prematrimoniali ancora da mantenere e che la moglie gli ricorda ogni giorno arrabbiandosi.
Secondo S. l’unica soluzione possibile è il trasferimento immediato dal campo di Moria presso una situazione abitativa a lei più confacente, dove possa rilassarsi. Si dichiara incapace di proteggere la bambina dai suoi attacchi di ira se l’attuale situazione dovesse perdurare.”
Test di Rorschach
I: Maschera
II: Persone che combattono. Sangue.
III: Persone che litigano contendendosi qualcosa
IV: Rifiutata
V: Film horror
VI: Spada che trapassa un corpo (dettaglio superiore: elsa)
VII: Combattimento
VIII: Lupi che inseguono qualcosa
IX: Rifiutata
X: Rifiutata
La famiglia è stata successivamente presa in carico da un assistente sociale.
Caso 2: F.
Maschio. Anni presunti 16/18. Nazionalità: afgana. Lingua: Farsi. Invio: legale assegnato alla richiesta di asilo.
F., al campo da circa un paio di mesi, si era presentato accompagnato da un sedicente zio che pareva preoccupato per la sua salute mentale. Privo di documenti all’arrivo, come molti altri presenti al campo di Moria non sembrava conoscere esattamente la sua età e sosteneva di avere circa 16 anni. Sul documento assegnatogli dalle autorità greche era stata inserita la data di nascita 1/1/2001, una prassi adottata per impedire che ragazzi maggiorenni sfruttino l’assenza di documenti per dichiarasi minorenni, ottenere così l’asilo e successivamente richiedere il ricongiungimento famigliare.
(Traduzione dal rapporto psicologico da me redatto in inglese. Diagnosi omessa.)
“Ho incontrato F., ragazzo pallido e molto magro, oggi per la prima volta. Non sembra conoscere esattamente la sua età. Pare disorientato e spaventato e i suoi movimenti sono molto lenti, quasi catatonici. Controlla continuamente l’ufficio, soprattutto gli angoli, e fissa le persone presenti (io e l’interprete). Batte le palpebre molto raramente. Nonostante l’alta temperatura della stanza non suda e respira in modo lento e superficiale. Gli occhi sono lucenti (lucor).
Con una voce molto flebile ed esitante, riferisce un grave bruciore di stomaco. Ha con sé una diagnosi di reflusso e ernia iatale fatta dall’unità medica all’interno del campo di Moria. Dice che gli impedisce di dormire, soprattutto in certe posizioni.
Riferisce anche alcuni sintomi non chiari riguardo la testa e la gola. Sembra molto preoccupato per la sua salute, ma non pare avere un’idea precisa della forma del suo corpo e non riesce a indicare cosa gli faccia male. Cefalee frequenti con aura oftalmica e olfattiva. Non epilessia. Non traumi fisici precedenti riferiti.
Ogni semplice domanda lo spaventa e gli occorre molto tempo per elaborare una risposta, che è sempre molto povera ed espressa con grande lentezza. Le sue idee riguardo il presente e il futuro sono poco elaborate: dice di voler andare in Germania e chiamare a sé la sua famiglia che si trova in Afghanistan; di essere stato un buon studente a scuola, senza alcun problema di memoria o di linguaggio, ma che a un certo punto la sua vita è cambiata, sebbene non sappia dire perché e in che modo.
Si interrompe spesso per controllare la stanza e il pavimento, fissando alcuni punti con espressione spaventata. Quando io o l’interprete parliamo, si guarda intorno e sembra che gli occorra del tempo per identificare l’origine della voce.”
Test di Rorschach
I: Shock. Fissa la tavola a lungo senza battere le palpebre e ne sembra spaventato. Si guarda intorno lentamente. Necessita di tempo per riprendersi.
II: Parti di corpo. Stomaco. Sangue. Cibo che entra da qui (dettaglio inferiore dell’immagine) perché c’è del sangue, ed esce di qui (dettaglio superiore dell’immagine).
III: Due persone che si guardano. Gola che sanguina (dettaglio rosso centrale). Orecchie che sanguinano (dettagli rossi laterali). Mandibola (metà inferiore dell’immagine).
IV: Bacino, costole, collo. (globale)
V: Bacino
VI: Colonna vertebrale
VII: Bocca (bianco centrale), spalle, petto, clavicole.
VIII: Polmoni (dettagli rosa)
IX: Rifiutata
X: Parti di corpo
Nel caso di F. ritengo che le risposte al test di Rorschach, prima ancora del referto psicologico scritto, siano state utili a far sì che il suo caso ricevesse maggiore attenzione. Con 11.000 persone in una situazione di disagio, le richieste di assistenza sanitaria a vario titolo dal Moria Camp di Lesbo sono continue, non ultime quelle strumentali nella speranza di ottenere qualche vantaggio. L’ospedale di Mitilene, così come le ONG mediche presenti sull’isola, sono oberate. Ottenere una visita medica presso una struttura sanitaria greca (le cui diagnosi sono le uniche a fare testo ai fini della richiesta di asilo) per i casi meno gravi o meno evidenti, è sempre molto difficile.
–
La somministrazione del test di Rorschach agli assistiti provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo si è rivelata ardua. Nella maggior pare dei casi è stato impossibile somministrare il test a causa delle forti reazioni emotive che questo sembrava provocare, nonostante la spiegazione iniziale e la disponibilità dichiarata dell’assistito. Spesso mi è parso che l’assistito intendesse la tavola come una sorta di messaggio simbolico diretto a lui personalmente e non sono mancate reazioni di paura o di offesa, accompagnate da frasi come: “Perché mi fai questo?”.
La tendenza generale è stata quella di dare alle tavole, quando l’assistito accettava di guardarle, una connotazione emotiva incentrata sul giudizio qualitativo, senza ulteriori spiegazioni o mediazioni razionalizzanti. “Questo è brutto, è il male”, oppure: “Questo fa paura”, “Questo porta sfortuna”, “Questo non lo posso guardare”, “Questo mi ricorda il mio passato”, “Questo è meglio di quell’altro”.
Spesso il colore blu era considerato “buono”, mentre il nero, il grigio, il rosso e il rosa sono stati sempre dichiarati “cattivi”. Quasi mai risposte di movimento. In nessun caso è stato possibile somministrare il test completo, e la maggior parte delle risposte si è limitata a “farfalla” o “pipistrello” alle tavole I e V.
Caso 3: R.
Femmina. Anni 42. Nazionalità: DRC. Lingua: francese. Invio: legale rappresentante
R. è inviata a me dal legale della ONG: continua a parlare di una gravidanza, ma i medici del campo l’hanno esclusa. Sembra agitata e depressa.
(Traduzione dal rapporto psicologico da me redatto in inglese. Diagnosi omessa.)
“Ho incontrato R. oggi per la prima volta. È vestita in modo elegante, con abiti tradizionali. Il suo aspetto è curato. Scrive il suo nome con facilità e una bella calligrafia: è stata a scuola e appartiene a una famiglia che possedeva della terra e del denaro. Una lite tra famigliari a causa della divisione delle proprietà è finita tragicamente con la morte di uno dei fratelli e ha lasciato lei e sua sorella senza possedimenti. R. è scappata lasciando i suoi figli a una conoscente e dice di avere perso i contatti.
Quando ha lasciato il suo Paese aveva la sensazione di essere incinta. Adesso calcola di essere di sette mesi. È stata dai medici del campo e anche da quelli di M.S.F. che hanno escluso la gravidanza. Mi mostra il suo addome, dicendo che è grosso: lei aveva la pancia piatta, prima.
Non è chiaro se abbia avuto le mestruazioni durante questi ultimi sette mesi, ma sembra di no. Dice di avere avuto delle perdite durante la navigazione tra la Turchia e Lesbo perché era “strizzata” tra altre persone. Aggiunge che al campo ha incontrato una donna che le ha spiegato che i dottori bianchi non sono in grado di capire le malattie dei neri.
Quando le chiedo se si aspetta di avere un bambino tra due mesi risponde di no, perché mentre lasciava il suo Paese le è stata fatta una maledizione. Parla della gravidanza, ma non parla mai di un futuro bambino e non sembra credere che una vita stia crescendo dentro di lei.
Le chiedo di spiegarmi meglio quella sensazione di essere incinta che ha avuto all’inizio del suo viaggio verso l’Europa e lei ammette di non avere mai avuto tale sensazione: forse non è incinta, ma in quel caso la sua pancia ha qualcosa che non va e lei non può spiegarne l’ingrossamento in altro modo. Vorrebbe altri controlli medici.”
Test di Rorschach
I: Pipistrello
II: Gorilla che combattono spingendo le mani l’uno contro l’altro
III: 2 donne che fanno qualcosa, non so cosa
IV: rifiutata. “Fa paura”.
V: Pipistrello
VI: rifiutata. “Fa paura”.
VII: Teste di persone (dettagli superiori)
VIII: animali
IX: rifiutata, gira la tavola e si copre gli occhi. Non vuole spiegare perché.
X: rifiutata
Caso 4: K.
Femmina, anni 35. Nazionalità: DRC. Lingua: francese. Invio: unità medica mobile presso altra ONG
K., molto curata nel vestire ed elegante nei modi, viene al colloquio mostrando una profonda tristezza. Parla in sussurri e piange la maggior parte del tempo. Madre di tre figli, dice di essere fuggita dal suo Paese perché minacciata di infibulazione. Non sa dove i figli siano ora. Dice di essere stata stuprata come punizione al suo rifiuto di farsi infibulare. Risulta sieropositiva all’HIV.
Test di Rorschach
I: Rifiutata.
II: Sangue. Qualcuno è stato torturato ed esce sangue
III: Due persone chinate che fanno qualcosa
IV: Rifiutata.
V: Farfalla
VI: Rifiutata.
VII: 2 pesci che si guardano
VIII: 2 topi. Un topo grande con due topi piccoli. Il topo grande è stato ucciso, hanno fatto degli esperimenti chirurgici su di lui.
IX: Fuoco
X: Cuore operato. È stato tagliato nel mezzo e gli sono state tolte alcune cose.
Il caso di K. è stato successivamente preso in carico dal Protection Officer.
–
Alcuni dei collaboratori, appartenenti a nazionalità diverse, hanno chiesto di fare il test di Rorschach a titolo di curiosità e per meglio comprendere i miei interventi. I loro risultati rientrano negli standard, ma ho notato un aspetto in comune con gli assistiti del campo: dopo un’energia iniziale, che nel caso dei collaboratori si concretizzava in risposte multiple e un atteggiamento partecipativo, c’era un calo improvviso di produttività circa alla tavola VI, dopo la quale era evidente un cambio di umore in negativo e una certa stanchezza nel terminare il test.
Dato il contesto, ho pensato che potrebbe trattarsi di un sintomo di Burnout, problema piuttosto comune a chi lavora in ambito umanitario.
Altre osservazioni: la percentuale di casi di epilessia nel Terzo Mondo risulta più alta di quella dei Paesi industrializzati e questo corrispondeva alla casistica presente nel campo. Molto diffusi erano anche i N.E.S, Non Epileptic Seizures, cioè attacchi dissociativi non epilettici. La diagnosi di Disordine da Stress Post Traumatico da parte dei medici era molto comune, ma a mio parere usata in eccesso e pertanto dequalificata dagli ufficiali del’immigrazione come criterio di selezione. Sebbene non mancassero casi con storie obiettivamente drammatiche, avvenute in passato o durante la migrazione, molti assistiti mi sono parsi più traumatizzati dal fatto di scoprire un’Europa diversa dalle loro aspettative. A tale proposito ho rilevato una totale mancanza di mediazione culturale e il diffondersi sistematico di informazioni contraddittorie, se non totalmente false, che unite all’incertezza prolungata e all’isolamento sociale rischiavano di compromettere in modo grave lo stato emotivo dei più fragili.
Molti assistiti erano abituati ad assumere psicofarmaci saltuariamente, soprattutto il Depakin, che è un antiepliettico. In molti casi il Depakin era assunto non per l’epilessia, ma per l’effetto ottundente. La richiesta di farmaci di qualunque genere era molto diffusa, ma la loro assunzione, anche in caso di vera necessità e precisa prescrizione, risultava saltuaria e difficile da monitorare. Per questo motivo la Sertralina, sebbene sia considerata uno dei farmaci più efficaci in caso di PTSD e sia venduta in Grecia senza prescrizione, era consigliata con cautela e spesso comunque dismessa dal paziente a causa dei suoi effetti collaterali, soprattutto iniziali.
A Lesbo sono presenti numerose associazioni che propongono classi di yoga, meditazione, giardinaggio, cucito, lingue straniere, alfabetizzazione, laboratori di attività manuale, musica, sport e gruppi d’ascolto. A causa della scarsa collaborazione tra tali associazioni e della loro volatilità dovuta al fatto che si affidano al volontariato a breve termine, mi è stato difficile essere costantemente aggiornata sulle attività effettivamente svolte e indirizzarvi gli assistiti al fine di sottrarli all’inedia del campo. Ritengo che a questo proposito ci sia la necessità di un progetto unitario e professionale, che meglio si adatti alle reali esigenze dei destinatari.
Test di Rorschach Wikipedia
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