Carolina sapeva di essere morta
Ritratto di probabile ostessa, isola veneziana di Mazzorbo, 1955 circa. Autore sconosciuto.
L’aveva capito mentre posava per il ritratto, una sciocca vanità di altri a cui si era dovuta prestare asciugandosi in fretta le mani nel grembiule, e col pensiero alle cose sui fornelli.
Il collo dolorante, si era imposta di stare dritta e fare quello che gli altri sembravano aspettarsi da lei. Lei che invece aspettava soltanto più la primavera, ma poi lo sapeva già: a primavera cominciava a preoccuparsi per l’afa dell’estate che sarebbe arrivata troppo in fretta. Un ciclo che ogni anno si faceva più veloce, la caricava di fatica e le indeboliva le convinzioni.
Si sa che l’esistenza non dura, il tempo la disfa un po’ per volta fino all’ultimo granello. Lei cercava di ricordare le persone che non c’erano più, che aveva conosciuto in passato o che vedeva nei dipinti sacri in chiesa, ma non le sembravano reali, era come se non fossero mai stati veramente al mondo.
Cercò di immaginare se stessa vista da fuori: una vecchia torre di pietre malamente incastrate l’una sull’altra. C’erano solo i cerchi di ferro doloroso a tenere tutto insieme.
Così le arrivò quella consapevolezza improvvisa di essere già morta. Come quel bambino con la testa grande e la pelle pallida che avevano ripescato nel canale quando lei era piccina. L’aveva guardato per capire cosa fosse la morte, ma lui fissava un punto che non stava da nessuna parte e lei aveva soltanto capito che lui non avrebbe voluto essere lì, ma non poteva più muoversi. Proprio come lei adesso, tra i tavoli della sua osteria, mentre il pittore che non aveva un soldo pretendeva di farle un favore con il ritratto, ma il favore veramente glielo stava facendo lei, e non era giusto che si facesse finta del contrario.
La vecchia Caro sapeva che il suo ritratto sarebbe presto diventato un oggetto inutile. Aveva lavorato tanto perché voleva che i suoi figli fossero pieni di tutto e non avessero bisogno di niente, neppure della nostalgia. Era lei che li aveva fatti così, in modo che non soffrissero le mancanze. Non avrebbero pianto davvero al suo funerale, e soprattutto non avrebbero avuto paura, come invece aveva avuto lei quando era morto suo marito.
Tutti dicevano che il cimitero di Mazzorbo era bello perché i morti riposavano di fronte alla laguna, ma i morti hanno altro a cui pensare. Era lei che vedeva la laguna quando usciva dal cimitero e le veniva sempre da guardare anche il Ponte Longo, a sinistra. Ogni volta si ricordava di quando l’aveva passato il giorno del suo matrimonio, attenta a non sporcare il vestito col polline dei fiori. Una sua parente la seguiva reggendo un ombrello di merletto ricamato, e da lì sotto lei aveva guardato il cimitero più in là e aveva immaginato i morti sdraiati che le sorridevano protettivi anche loro.
Lei però non aveva più voglia di proteggere nessuno. Toglieva le piante dai vasi e andava a ripiantarle in barena, che scegliessero loro dove andare a guardare il cielo, spostati dalle maree.
Tanto lo sapeva che fine avrebbero fatto una volta che non ci fosse più stata lei a innaffiare. Il suo servizio d’argento l’avrebbero voluto, invece, ma solo per avidità, non per usarlo, e andava bene così. Il corredo di pizzo isolano era di tre pezzi diventati stracci, ma adesso c’erano i soldi per comprare roba nuova e i tempi che stavano arrivando erano buoni. Magari fossero stati i tempi suoi.
Il passato non le interessava più. Per qualche motivo, da quando aveva smesso di pensare al passato, le era andata via anche la voglia di pensare al futuro. Piuttosto, provò una bella sensazione a immaginare che il futuro arrivasse a guardare lei, eterna e immobile come le bricole a cui le correnti girano intorno. Lei avrebbe guardato solo chi la guardava e da lì avrebbe capito tutto il resto. Nel suo ritratto, durante le pause in cui il pittore si riempiva del suo vino, lei aveva versato di nascosto un pensiero che non si sarebbe spento mai. Da lì avrebbe guardato un punto che non stava da nessuna parte fino a quando qualcuno non l’avesse guardata a sua volta.


Isole di Mazzorbo e Mazzorbetto
Caro sapeva anche che la morte toglie il senso alle cose. Il suo ritratto era abbandonato vicino al bidone del verde al fondo del ponte di Santa Caterina. Un ponte nuovo, che lei non aveva mai visto e che collegava Mazzorbo all’isoletta dove ai suoi tempi si arrivava in zattera, per aiutare con il raccolto.
Col vetro e la cornice intatti, il gancetto arrugginito, il suo ritratto era stato buttato via assieme a un paio di sci, oggetti assurdi per un’isola veneziana che spesso finisce sotto il livello del mare e che dista ore di vaporetto da qualunque strada carrozzabile.
Impettita e incurante del fatto di essere diventata un rifiuto, Carolina aspettava di essere vista.
A me sembrava oltraggioso che fosse lì, poggiata di storto e vibrante di sdegno. L’avrei presa in braccio per proteggerla dagli sguardi dei passanti, ma non c’era nessuno: era quasi un’ora che camminavo sola nel silenzio del mezzogiorno afoso.
Come con certi gatti randagi e fieri, era difficile capire se Caro mi stesse dicendo: “Lasciami andare” o “Prendimi con te”. Tentai un ragionamento riprendendo vecchi discorsi pieni di buon senso, per i quali va bene essere impulsivi e fare cose strane, ma anche un po’ di misura ogni tanto non guasta, e rinunciare alla gita nella giornata estiva per portare in salvo un quadro trovato nella spazzatura sarebbe stato difficile da giustificare, non solo a me stessa. Anni addietro avevo scoperto che i pezzi di marmo che componevano il pavimento di casa mia, costruita nel 1947 – anni in cui Caro, già stanca, si rimboccava le maniche e si preparava a mettere in gioco tutto ciò che aveva per sfamare la famiglia – non erano altro che pezzi di lapide, sui quali c’erano nomi tronchi e tondi di porcellana con fotografie serigrafate, appoggiati a faccia in giù. Ero stata mesi a tormentarmi su cosa fare, se distruggere tutti i pavimenti cercando di ricomporre ciò che era stato spezzato, per dare una nuova dimora ai dimenticati. Non sapendo però dove avrei potuto metterli, avevo finito per lascarli dov’erano, a vivere con me come parenti, guardando la terra e non il cielo, e sapendo che sarebbero rimasti lì anche dopo che me ne fossi andata.
Con Caro la questione era un po’ diversa: non avevo veramente un rifugio adatto da offrirle. Le scattai una fotografia e facemmo un patto: se fosse stata ancora lì al mio ritorno, l’avrei portata via con me.
Passai la giornata a camminare frettolosa e distratta pensando a Caro e a dove le sarebbe piaciuto abitare. Non me la immaginavo a vivere in una casa priva di un orizzonte aperto, costretta nel rumore ottuso di un traffico che non aveva mai sentito.
Quando tornai al ponte di Santa Caterina la vidi ancora, in fondo agli scalini. Il quadro era leggermente spostato e il vetro era rotto, come se lei gli avesse tirato un pugno dall’interno.
Scrissi a una mia amica che vive a Venezia: “La adottiamo?”.
Un’ora dopo era sul battello con Zia Caro stretta contro il petto. Passammo il cimitero grande, tornammo a leggere i nomi di quelli che si affacciano dal muro. Arrivammo a San Marco dove c’è ressa, gondole e neppure l’ombra di una pianta, non un soffio d’aria. Quanti viaggi avevi fatto tu, Zia Caro? Dove eri stata e come ti era sembrato il mondo?
La portai in casa di gran signori, nel sestriere di Cannaregio. Oggi Zia Caro vive lì e sembra piacerle. Ha voluto spostarsi un po’ di volte per le stanze e cambiare prospettiva, immagino avesse bisogno di ambientarsi.
Assieme al suo ritratto c’era un altro quadro di vedute veneziane: l’ho portato a casa mia e lo guardo io per lei. Che non più alle cose, ma alla vita degli uomini che scorre lei ora vuole guardare, da quando la sua si è interrotta. Per cercare il senso della continuità, vegliare. Se è il caso, giudicare.
Qualche volta, mi dicono, risponde.


Carolina oggi vive nella casa veneziana della scrittrice Arianna Ulian

Burano, anni ’50




