Quella volta che presi una brutta infezione respiratoria, in India
Io sono una persona diversamente intelligente. A volte ritengo di avere delle idee molto brillanti e per quanto le verifichi, ci ragioni sopra, faccia dei test di prova inversa, continuano a parermi tali. Solo che hanno sempre qualcosa che non funziona.
L’idea di mettermi in viaggio la notte di capodanno, per esempio, mi pare una bella trovata. Aerei e treni sono vuoti, i prezzi sono bassi, i criminali sono altrove, e arrivare in un posto nuovo il primo giorno di un anno nuovo, mi sembra romantico. Anche festeggiare il capodanno in movimento: alle 23.59 sei qua, alle 00.01 sei colà. Se sto viaggiando tra continenti può capitarmi di fare più di un brindisi, come accadde il 31/12/2017, quando ebbi occasione di: a) celebrare con un Mai Tai nel bar chic dell’aeroporto di Doha con vista su una Ferrari parcheggiata nella hall, applauso dei viaggiatori e mini fuochi d’artificio sparati dai camerieri b) Ricevere in volo gli auguri del comandante e un bicchiere di champagne c) arrivare ai Caraibi che erano solo le 18,00 e preparami per un capodanno tranquillo a 30 gradi tra palme e reggae. Funzionò tutto a meraviglia tranne il punto c), ma questa è un’altra storia.
La notte di capodanno del 2008 mi trovavo alla stazione Victoria di Mumbai (Chatrapati Shivaji Maharaj) ad aspettare il mio treno con un biglietto di seconda classe per Tivim, un paese della regione di Goa vicino a una delle mie spiagge indiane preferite. La durata del viaggio avrebbe dovuto essere, secondo le informazioni raccolte in biglietteria, di 10 o 12 o 14 ore. Più o meno.
Il treno sarebbe partito alle 23 – 23,30 – 23,45, e sarebbe arrivato il giorno successivo, questo era quasi sicuro.

Stazione Victoria, Bombay
Era passato poco più di un mese dal giorno dell’attacco terroristico che aveva fatto 168 vittime in diversi luoghi della città, compresa questa stazione. La nazione aveva reagito con un lutto dignitoso e rassegnato mentre stagnava una certa tensione tra i rappresentanti delle forze dell’ordine, che si aggiravano impotenti tra la folla intontita della feste con in mano quelli che sembravano dei fucili giocattolo, con il calcio di legno.
In stazione erano stati installati degli archi di metallo provvisti di metal detector, ma c’era troppa gente e tutti passavano tra un arco e l’altro. Alla fine erano stati spenti gli allarmi e la spia verde sopra gli archi era rimasta accesa a celebrare il senso di sconfitta e fatalità insieme.
In mezzo al traffico di auto, carretti e persone che spintonavano, avevo cercato di fermare più di un taxi per raggiungere questa stazione, ma mi ero presa secchi rifiuti perché era una destinazione troppo vicina e i tassisti cercavano turisti diretti all’aeroporto per chiedere somme maggiori. All’ennesimo tentativo fallito, un militare che stava osservando la scena si fiondò sul taxi, aprì lo sportello e schiaffeggiò brutalmente l’autista, ordinandogli di darmi il passaggio e intimandomi di non pagarlo più di una certa somma. Ricordo il breve viaggio a bordo del taxi in uno stato di imbarazzo e paura, mentre fissavo nello specchietto retrovisore la guancia del tassista gonfiarsi e l’espressione di rabbia e umiliazione dei suoi occhi lucidi. Lo avevo pagato il triplo.
La stazione era affollatissima, a riprova del fatto che la mia brillante idea di viaggiare a capodanno presenta delle falle. Migliaia di persone sedevano sul pavimento del grande atrio: chi dormiva, chi mangiava, chi semplicemente osservava il viavai. Tra vestiti di ogni foggia e colore, turisti sudati e sottili Baba a torso nudo con il turbante sporco, ricordo un signore che viaggiava con un grosso bagaglio: era una motocicletta, lo si vedeva dalla sagoma, ma era stata minuziosamente “impacchettata” in centinaia di giri di nastro adesivo.
Un gatto rosso sedeva immobile sul pavimento di marmo, in mezzo alla folla. Aveva gli occhi socchiusi e sembrava meditare con grande concentrazione, incurante dei cani randagi che si aggiravano annusando tutto. La gente intorno a lui si era scostata lasciandogli un perfetto cerchio di spazio tutto suo.

Quando arrivò il treno non fu facile identificare il vagone, ma dopo qualche pasticcio e molta pazienza raggiunsi la mia cuccetta. Alle 23,30 del 31 dicembre 2008 il treno lasciava il centro di Mumbai e si avviava a passo d’uomo attraverso chilometri di slum, le aree periferiche della città, dove milioni di persone vivono ammassate senza acqua ed elettricità, riparandosi sotto tetti di lamiera. Una volta avevo fatto quel percorso all’alba e avevo osservato dal finestrino centinaia di maschi degli slum appollaiati in equilibrio sui binari con i calzoni abbassati e una brocca d’acqua in mano, che defecavano in fila. Un culo liscio e ambrato dopo l’altro, come fotogrammi, avevo potuto farmi un’idea piuttosto documentata su quanto le difficoltà ad andare di corpo degli occidentali siano qui totalmente sconosciute.
Questa volta invece mi sistemai nella cuccetta mediana. Dal lato opposto dello scompartimento, davanti a me, c’era un indiano corpulento che si mise subito a dormire. Guardai dal finestrino i fuochi d’artificio che crepitavano in lontananza, poi scese il silenzio della notte tiepida e stellata e mi addormentai anch’io.
Mi svegliai per un rumore e un colpo di vento che mi aveva scompigliato i capelli. Quando aprii gli occhi arrivò la seconda ventata a colpirmi in piena faccia. Il mio dirimpettaio di cuccetta aveva una tosse terribile e non si copriva la bocca con la mano, anzi: cercava di espettorare più forte che poteva tossendo dritto nella mia direzione e riuscendo a farmi volare i capelli a più di un metro di distanza.
Mi preoccupai, anche allora. Ma non c’era molto che potessi fare. Gli volsi la schiena e cercai di riaddormentarmi, mentre lui continuava a tossire.
Raggiunsi la mia destinazione il pomeriggio seguente, dopo una mattinata passata a guardare la giungla scorrere pigra mentre il treno procedeva lento con i portelloni aperti, per fare entrare più aria. Mi ero seduta sul predellino lasciando penzolare le gambe fuori. Nel Goa era piena estate, e la spiaggia che mi aspettava era lunga chilometri e orlata di palme tra cui volano le aquile Pescatrici.

Arambol, Goa
La mattina del quinto giorno dal mio arrivo mi svegliai storta. Siccome mi capita spesso, non ci feci caso. Infilai il costume da bagno, le ciabatte, e mi diressi in spiaggia verso il mio solito lettino di legno sgangherato che apparteneva a uno dei chioschetti sulle dune di sabbia. Mi aspettava una colazione a base di frutta tropicale e un tè chai, che il signore indiano del chiosco mi portava premurosamente sotto l’ombrellone, un pezzo alla volta: prima il piattino col cucchiaino (che non usavo, perché il chai è già zuccherato, ma se sei turista te lo portano, per un tocco di classe); poi la zuccheriera tutta impiastricciata (idem); poi finalmente il bicchiere alto di vetro con il chai. Un andirivieni che poteva richiedere anche mezz’ora buona, mentre l’omino a piedi nudi e pantaloni scoloriti andava avanti e indietro con una flemma capace di far saltare i nervi anche al più serafico dei milanesi.
Una volta mi ero innervosita anch’io. Dimenticando di infilare le ciabatte, ero partita verso il chioschetto e mi ero ritrovata a metà strada con i piedi che sfrigolavano. Mentre saltellavo da un piede all’altro sulla sabbia rovente, mi ero messa a urlare all’omino che camminava sulla stessa sabbia senza fare un piega. Lui mi aveva fatto un gesto lento per farmi capire che il mio chai era pronto: aspettava sul bancone del chiosco. Spinta dalla rabbia avevo raggiunto il mio chai, ma poi avevo dovuto affrontare il percorso di ritorno con l’aggiunta di un bicchiere bollente in mano. Dopo quell’esperienza, aveva imparato ad aspettare con filosofia.


Sulla spiaggia si svolgeva la vita di un intero villaggio, animali compresi. Bevevo il mio chai guardando il mare e i pescatori che piegavano le loro reti, mentre il branco di cani che aveva eletto quel chiosco a proprietà esclusiva passava a salutarmi. Sempre alla stessa ora passava anche un vitello, che faceva una passeggiata sulla battigia pensando ai fatti suoi. Se mi avvicinavo per accarezzarlo si fermava. Gli piaceva essere grattato sotto il mento e la pelle gli diventava grinzosa, come se gli venisse la pelle d’oca. Preferivo lascialo in pace però, perché a ogni chiosco un branco di cani partiva in squadriglia per tormentarlo. Era una sorta di gioco-rito del mattino ed era spettacolare. Il vitello abbassava la testa senza corna e combatteva, mentre i furbastri dei cani gli mordicchiavano le zampe stando bene attenti a evitarne i calci micidiali. Una volta il vitello si agitò davvero, e dopo essersi impennato sulle zampe posteriori attaccò a correre sulla spiaggia, facendo scappare tutti. Incredibile quanto veloce può galoppare un bovino.


Dopo il chai aspettavo Didi: passava anche lei ogni giorno, trasportando una cesta piena di cocchi freschi in equilibrio sulla testa. Procedeva lenta e solenne, con un braccio graziosamente alzato e la mano appoggiata al cesto con noncuranza. Una volta al riparo dal sole sotto il mio ombrellone, si inginocchiava mantenendo il busto dritto e scaricava la mercanzia con movimenti sapienti e bicipiti impressionati. Se era molto carica chiedeva timidamente aiuto, soprattutto per riportare la cesta sulla testa.
Iniziavamo sempre con due chiacchiere di cortesia, poi lei cacciava una manina sotto i teli del suo vestito colorato e tirava fuori una grossa accetta arrugginita. Con colpi precisi sbucciava la cima del mio cocco, che aveva fatto finta di scegliere accuratamente. Apriva una piccola fessura e mi porgeva una cannuccia recuperata, che lei dopo la consumazione risciacquava diligentemente in mare. Io bevevo l’acqua del cocco e lei aspettava accovacciata all’ombra, guardando l’orizzonte e sorridendomi incoraggiante. Finito di bere le restituivo il cocco perché lo aprisse, scolpendo con l’accetta anche un piccolo cucchiaio così che potessi raschiare e mangiare la gelatina. A colazione terminata Didi raccoglieva il guscio vuoto, che avrebbe alimentato il fuoco fumoso su cui cucinava le sue cene.

Un giorno Didi sbagliò il colpo con l’accetta arrugginita e si ferì un dito. Io scattai in piedi dicendole che correvo in stanza a prendere i cerotti e l’acqua ossigenata. Didi, quando hai fatto l’ultima antitetanica? Eh sì, buonanotte. Stai qui Didi, torno tra due minuti, sanguina tanto? Fai vedere!
Didi aveva contemplato affascinata la mia agitazione senza capire una parola. Mi aveva sorriso con i suoi dentoni macchiati di betel, e con un movimento gentile mi aveva sfilato la sigaretta dalle dita, spegnendosela sulla ferita a mo’ di cauterizzazione. Aveva continuato a sorridere anche durante quell’operazione. Poi mi aveva fatto un gesto come a dire “tutto a posto” e si era allontanata elegante come solito e a piedi nudi sulla sabbia rovente, pure lei.
Io ero rimasta lì a disquisire della faccenda con i cani: il capobranco sembrava uno che della vita sapeva tante cose.

Per raggiungere il mio paradiso ogni mattina, dovevo soltanto attraversare un bosco di palme facendo attenzione che i cocchi non mi cadessero in testa, uccidendomi.
Quel quinto giorno però, in mezzo alle palme, a trenta metri dalla spiaggia e con i cani che mi stavano correndo incontro allegramente, capii che non ce l’avrei fatta. Il cuore mi batteva fortissimo e la luce del sole era diventata intollerabile. Dondolai sul posto cercando di mettere gli occhiali da sole, mentre i versi dei corvi mi rimbombavano nel cervello e i cani oramai vicini perdevano baldanza e mi osservavano incerti. Cercai di guardare in su per controllare se stavo sostando proprio sotto una palma assassina e la testa prese a girarmi, mentre il collo sembrava diventato di cemento. Mi accovacciai sulla sabbia un momento a riposare. Passò qualcuno a poca distanza e mi urlò “Shantii!” pensando che stessi facendo la meditazione del mattino. Mi mancò il fiato per rispondere.
Dovevo tornare indietro.
Avevo affittato una stanza quadrata, in una specie di condominio rosa di stanze quadrate che un indiano pescatore aveva costruito sulla sabbia, a poca distanza dal mare. Lui e la sua famiglia vivevano in una capannuccia con il pavimento di terra battuta. Non per povertà, visto che lui aveva potuto permettersi la costruzione di un “residence” a due piani, ma per abitudine, e soprattutto per mancata comprensione di quello che a noi occidentali sembra così irrinunciabile.
La mia stanza era completamente piastrellata, anche sulle pareti, e non aveva finestre apribili, solo un piccolo vetro smerigliato multicolore. Se volevo fare entrare aria e luce dovevo tenere la porta aperta. La porta era di legno intarsiato e si chiudeva con un piccolissimo lucchetto di latta dorata. Un giocattolo che si poteva rompere con la semplice pressione delle dita, eppure nessuno rubava nulla, là.
Nella stanza non c’era niente tranne una pedana di legno su cui poggiava un materasso rivestito di stoffa sgargiante, ma alto solo cinque centimetri. Era durissimo e la sua imbottitura consisteva in paglia e ciottoli di pietra pomice che servono ad assorbire l’umidità. Io avevo già fatto dei tagli nel materasso per estrarre le pietre più grosse, che mi massacravano la schiena.
Chiusi la porta e mi buttai sul letto. Mi sentivo uno straccio e la luce soffusa dai colori fluo che entrava dalla vetrata non aiutava. Dormii un paio d’ore, sudando.
Quando mi svegliai capii di avere la febbre. Provai a respirare e il torace mi si contrasse violentemente in un colpo di tosse che mi incendiò i polmoni e mi fece bruciare il cranio. Boccheggiai cercando di cambiare posizione, ma ogni movimento era doloroso e scatenava altri colpi di tosse ancora più dolorosi. Dovevo respirare piano e molto superficialmente, o non avrei potuto proprio respirare.
Cercai di calmarmi, ma mi stava salendo un attacco di rabbia frustrata. Ero al mare e dovevo stare chiusa in una stanza nella penombra. C’erano 32 gradi e l’aria era afosa, troppo spessa.
Non avevo né cibo né acqua. Presi una pastiglia di paracetamolo cercando di inghiottirla a secco: mi si incollò alla laringe scatenando un altro accesso di tosse e conati.
Se anche fossi stata in grado di arrivare a una farmacia, sapevo che mi avrebbero rifilato qualche pasticca ayurvedica dal colore dubbio. Pensare al cibo mi faceva venire la nausea, ma sapevo che avrei dovuto procurarmi almeno una bottiglia d’acqua. Raccolsi le forze e mi trascinai dal mio vicino di stanza, cercando di non sembrare troppo moribonda.
Il mio vicino, che si diceva fosse russo, aveva un aspetto straordinario: alto quasi due metri, aveva un corpo muscoloso e snello, con arti lunghi e giunture sottilissime. L’avevo osservato in spiaggia che si allenava con un bastone in un’arte marziale di quelle strane, e avevo trovato impressionante la sua agilità, soprattutto se paragonata alla statura. Dai fianchi stretti si sviluppava una cassa toracica molto ampia, ricoperta di piccoli muscoli guizzanti. Era di una bellezza irreale, con quella pelle olivastra e i capelli scuri, ma era inquietante: aveva uno sguardo immobile negli occhi grandi leggermente obliqui, e un sorriso da lupo. I suoi zigomi alti e ossuti trasmettevano sofferenza.
Non avevo mai visto nessuno con quell’aspetto prima, sembrava uscito da un fumetto di supereroi del fantastico, ma oggi so che queste fattezze nascono dall’incrocio di etnie diverse nelle steppe dell’Asia centrale.
Sebbene avessi un vicino di stanza che neanche nelle fiction romantiche più scatenate, quindi, cercavo di evitarlo in ogni modo. La sera rincasavo e lui era là sul suo balconcino, al buio, che fumava hashish. Aveva l’immobilità assoluta del predatore. Quando passavo mi faceva sempre prendere un colpo perché mi salutava all’improvviso, con una voce profonda e sussurrante, che sembrava avere l’eco. Di lui intravedevo solo il bianco degli occhi che mi seguivano.
La prima sera avevo messo il bagaglio contro la porta. Ora speravo che fosse in spiaggia e che avesse lasciato una bottiglia d’acqua da rubargli sul terrazzino.
Non feci in tempo a sporgere la testa, che lui mi aveva già inquadrata con i suoi occhi da statua balinese. Le iridi erano così nere che non si vedevano le pupille e le ossa dell’arcata sopraccigliare erano uguali al resto: di un’ampiezza fenomenale, si dispiegavano come le ali di un falco. Sedeva per terra a gambe incrociate fumando la solita canna.
– Avresti una bottiglia d’acqua? A quest’ora gli shop sono chiusi. Te la riporto più tardi. –
Mi fissava come si guarda un oggetto, senza pensare che l’oggetto stia osservando a sua volta: – Fai yoga? –
– No, cioè sì un po’, ma non oggi. Sto cercando una bottiglia d’acqua.- (non tossire non tossire, che se questo capisce che sei debole ti finisce con un colpo di karate e ti cucina per i cani)
– Cos’hai?-
– Mah, forse ho preso qualcosa da qualcuno… (meglio che pensi che sono infettiva)… un po’ di raffreddore…-
Da totalmente immobile che era, scomparve e riapparve tra volute di fumo come il genio della lampada: si era alzato, era entrato nella sua stanza ed era uscito senza fare il minimo rumore e anche senza fendere l’aria, probabilmente. Ora mi porgeva una bottiglia, mezza bevuta, e non certo con il bicchiere. Prendere o lasciare.
Osservai la sua mano abbronzata, con un polso sottile quasi come il mio e lunga quasi come un mio avambraccio. Continuando a fissare quel fenomeno anatomico di mano, afferrai la bottiglia, ma lui non la lasciò andare fino a quando non tornai a guardarlo negli occhi. Nessun sorriso amichevole, nessuna parola.
Tornai a chiudermi in stanza mettendo il bagaglio contro la porta e pregando che passasse qualcuno a trovarmi. Stetti imballata forse un’ora, tra un rantolo e l’altro, a valutare quanta Amuchina avrei potuto sciogliere nell’acqua per bere senza avvelenarmi. Infine entrai in una specie di coma vigile durante il quale affioravano tutti i miei ricordi peggiori.
In qualche modo arrivai a sera. Qualcuno, sorpreso di non vedermi in spiaggia, passò a controllare e mi portò dei succhi di frutta. Non riuscivo a parlare senza tossire e accartocciarmi per il dolore.
La mattina successiva la tosse era peggiorata. Avevo il naso completamente tappato e mi bruciavano gli occhi. Respirare era diventato impossibile, se provavo a prendere aria con la bocca tossivo di una tosse rantolante, che mi faceva piangere di dolore. Il giorno dopo stavo peggio e avevo anche male alle orecchie, che sembravano esplodere a ogni colpo di tosse. Non riuscivo proprio più a respirare e mi sembrava continuamente di annegare.
La sensazione di annegamento mi scatenò una rabbia incontenibile: a un certo punto mi alzai di scatto dal letto e cominciai a darmi pugni sulle tempie, tentai freneticamente di fare delle flessioni sulle braccia come un marine, ma le braccia non mi ressero. Allora presi a battere la testa contro i muri: volevo uscire dal mio corpo, che sembrava diventato una specie di scafandro surriscaldato e che si restringeva con passare dei minuti. Mi sentii mancare e mi venne la nausea. Crollai in ginocchio e presi a trascinarmi a quattro zampe, cercando di arrivare in bagno con il cuore che martellava.
Il bagno si trovava nella stanza, un muro sottile lo separava dal letto. C’erano tutte le cose che secondo gli indiani del villaggio piacciono ai turisti: piastrelle verde rospo e un soffione per la doccia situato esattamente sopra il water, per esempio. Il water aveva addirittura la vaschetta dello sciacquone con tanto di catenella, ma era tutto puramente decorativo e bisognava usare un secchio d’acqua per lo scarico. Nel villaggio non esisteva una rete fognaria: il water era poggiato su un buco che scaricava direttamente nel terreno confinante, passando sotto il muro. Lì c’erano dei piccoli maiali, grossi come un cagnolino, a macchie rosa e nere. Altre volte in passato mi ero soffermata a guardarne i cuccioli con tenerezza nei recinti fangosi delle case, prima di accorgermi di cosa si cibano. Quella volta, già edotta, avevo evitato di guardare cosa succedesse fuori dalla finestrella del mio bagno.
Continuai a dirigermi testarda a quattro zampe verso il water, che come il lavandino, era di un colore che al pescatore indiano progettista doveva essere sembrato elegantissimo: marrone lucido.
Non sapevo bene cosa stessi facendo, se stavo andando a vomitare o cosa, ma camminare a quattro zampe mi sembrava meno faticoso e se tenevo il petto convesso riuscivo a inalare un filo d’aria. La testa l’avrei tenuta bassa comunque: la luce che baluginava sui colori forti dei sanitari e delle piastrelle peggiorava i miei malesseri.
Arrivata a venti centimetri dal water, dopo infinite pause passate accovacciata a riprendermi dal dolore per avere tossito e ad asciugarmi gli occhi, decisi che avrei appoggiato la fronte sulla ceramica, per riposarmi. Il mio cervello aveva attaccato a sfogliare le fotografie di tutti quelli che mi avevano fatto un dispetto a partire dai tempi dell’asilo e ora stava sviluppando dei filmati particolareggiati sulla loro uccisione tramite torture efferate. Eppure questi tornavano, vivi, a darmi della miserabile.
Quando picchiai la testa contro il bordo del water seppi che ero arrivata. Mi attaccai con le braccia, uno per volta, e diedi un colpo di collo incriccato per sollevare la fronte e appoggiare anche quella sulla ceramica marrone, che avevo voluto immaginare fresca. Fu durante quel movimento che mi parve di intravedere qualcosa, ma non ero in grado di verificare quale schifezza stesse galleggiando sul fondo del water, che forse non avevo lavato bene con l’acqua del secchio. Mi imposi di non pensarci per evitare altra nausea. Un po’ di fresco c’era: arrivava una lieve corrente dal buco che scaricava all’esterno. Arrivavano anche dei rumori sommessi di scalpiccio però, e quando vivi ai tropici impari a riconoscerli al volo.
Raddrizzai la schiena di scatto – vedi quando in realtà non stai veramente morendo e ti rimangono ancora delle risorse – e guardai dentro il water. Tutto subito pensai che si trattasse di una pianta strana, come una specie di fiore carnoso a due petali: era la bocca spalancata di un lucertolone grosso come un gatto e in attesa di ricevere l’obolo.
La bestiola chiuse lentamente la bocca e si ritirò un po’ nel buco, fissandomi incerta con dei piccoli occhietti ramati.
Come tutti, anch’io ho sentito una voce nell’orecchio destro che diceva “Non urlare, scappa!” Ma io ho anche delle voci nell’orecchio sinistro che fanno sempre delle domande, tipo: “Non ho visto se aveva i denti. Cos’è? Un varano, un geko, un’iguana? Ciao, piccolo amico!“
Poi ho un altro orecchio che non so dove sia, ma di solito si collega in stereo con gli altri due: “Non ci credo: questo è il delirio classico di molti schizofrenici! Il mostro che sbuca dal water! Stai osservando dal vivo una delle fantasie più spaventose e comuni del mondo! Forse in passato non era una fantasia, era una realtà che poi è diventata una memoria e poi un mito collettivo di modello junghiano che si affaccia improvvisamente alla mente di alcune persone a cui manca la capacità di discernere tra presente, passato, immaginazione e imprinting e…”
Ecco.
Il lucertolone intanto si era ritirato nel buco. Mi alzai per controllare dalla finestrella dove fosse, ma il movimento mi fece tossire e spaventai i maiali e la famiglia della casa vicina. Per il resto del mio soggiorno, la nonna della famiglia bruciò un incenso mefitico a scopo disinfettante, sventolandolo nella direzione della mia finestrella, riempiendomi il bagno di fumo e costringendomi a chiuderla. Così ora non potevo aprire la porta perché avevo paura del vicino e non avevo neppure più un’entrata d’aria nel bagno.
Passai giorni terribili. Ad aumentare il mio stato di degrado c’era il fatto che come gabinetto avevo preso a usare il secchio, che poi svuotavo nel water. Tenevo il secchio sul water a coprire il buco e prima di sollevarlo facevo una specie di danza scaccia lucertole a suon di vocalizzi rauchi e gran battiti di mani. Che i vicini pensassero quel che volevano, oramai la mia dignità era andata.
Non sapevo se era bene buttare del cibo dalla finestrella per evitare che il lucertolone si infilasse nel tunnel sotto il muro o se così facendo lo attiravo, invece. Mi svegliavo di notte e arrancavo tossendo in bagno, sollevavo il secchio di colpo per cercare di sorprenderlo con la pila. Non tornò più. Se avessi avuto un altro bagno forse avremmo potuto diventare amici, ma non ero certa che fosse vegetariano. In India ho visto molti animali mangiare di tutto, dalla carta ai copertoni bruciati, anche i carnivori.
Forse era un grossissimo geko: questo avrebbe spiegato come mai non avevo altri geki nella stanza. Poi però mi ricordai che la moglie del pescatore faceva delle pulizie minuziose e lavava le piastrelle con un detergente al fenolo concentrato, che teneva lontane le mosche e anche qualunque altra forma di vita, compresa la mia. Non le dissi mai della presenza del lucertolone, non volevo che gli facesse del male.
Infine febbre e raffreddore passarono, lasciando solo la tosse, che oltre a bruciare mi aveva indolenzito tutti i muscoli del torace. Tornai tremolante sul mio lettino in spiaggia a guardare la vita felice degli altri e senza osare fare il bagno. Ogni colpo di tosse mi costringeva in posizione fetale e mi strappava dei gemiti, ma in capo ad altri quindici giorni tutto si era trasformato in una tosse grassa e cronica, come quella che hanno molte persone ai tropici. Solo che io non l’avevo mai avuta.
Mi rimase per quattro mesi buoni. Infine scomparve, ma da allora, quando prendo il raffreddore, mi viene anche la tosse, cosa che prima non succedeva mai.
Smagrita, pallida e con i capelli mosci, stavo rannicchiata sul mio lettino in attesa del mio chai, ma durante il ritiro con la lucertola le cose erano cambiate: alcuni miei amici avevano insegnato all’indiano del chiosco a preparare il Caipirinha con ingredienti freschi. Siccome era meglio evitare il ghiaccio, lo bevevano a temperatura ambiente a partire dalla mattina e si erano di conseguenza convinti che potesse fungere anche un po’ da sciroppo per me che ero così deboluccia. Me ne arrivava sempre uno offerto dalla casa già per colazione.
Forse funzionò, perché mi ripresi abbastanza bene e nonostante la tosse riuscii a finire la mia vacanza quasi dimenticando la disavventura iniziale. Andammo anche in moto – delle Harley Davidson di produzione indiana con il sedile alto decorato a fiamme di drago – a Paradise beach, senza casco e con un bandana a coprire naso e bocca. Corremmo a una tale velocità sulle buche delle strade sterrate, che rischiai di spaccarmi i denti sbattendo le mascelle. Facemmo degli slaloom da circo per evitare di investire le mucche e i babbuini che attraversavano lentamente la strada.
Una delle ultime sere, rientrando nella mia stanza, fui intercettata dal vicino che era seduto in veranda con una candela accesa. Mi sorrise in modo quasi normale, si alzò come una pantera e mi tese la mano come per salutarmi. Io porsi la mia di riflesso, lui la afferrò, tirò leggermente per sbilanciarmi, e mi ritrovai sospesa a oltre un metro da terra a fissare il soffitto, sostenuta soltanto dal suo piede piantato sul mio coccige, mentre lui si era sdraiato a terra e mi teneva in equilibrio sulla sua gamba tesa. Mi stringeva i polsi e mi tirava le braccia all’indietro mentre dava una controspinta verso l’alto col piede. Sentii la mia colonna dorsale fare un arco e scricchiolare, mente lui aveva puntato anche l’altro piede contro la mia schiena. “Ti faccio un massaggio”, disse, e cominciò a fare una sorta di passeggiata all’insù sulle mie vertebre, mentre continuava a tirarmi le braccia immobilizzandomi completamente.
Sentivo la schiena al limite. Gli sarebbe bastato spingere un po’ di più verso l’alto il piede o tirare un po’ di più le mie braccia verso il basso per spezzarmi in due come un grissino, lasciandomi paralizzata. Non potevo di nuovo respirare, non riuscivo a pensare ed ebbi veramente paura. Cercai di concentrami per gestire al meglio muscoli e articolazioni. Quando finalmente il “massaggio” finì, lui piegò le gambe avvicinandomi a sé e aspirò forte l’aria, come per annusarmi i capelli. Io scattai come una molla e mi liberai correndo nella mia stanza.
Due giorni dopo ero sdraiata in una cuccetta alta sul treno di ritorno a Mumbai. Il tetto del treno era a pochi centimetri da me ed era rovente sotto il sole di mezzogiorno. Sembrava di respirare l’aria di un forno acceso. Cercai di trasformarmi in una pozza liquida priva di corpo e resistenza e mi addormentai come riescono a fare gli indiani, quando non c’è niente di meglio da fare, qualunque sia l’orario o la posizione.

Quando arrivai in Italia andai dal medico: la tosse continuava, e ora tossire mi procurava un dolore lancinante in un punto preciso del costato. Saltò fuori che avevo anche una costola incrinata, forse dovuta alla tosse, forse al simpatico massaggio del mio vicino folle.
Alla fine riuscii a tornare come nuova. Questo è il grande vantaggio di essere sani. Ma da allora ho una forte antipatia per chiunque vada in giro anche solo raffreddato come se niente fosse, ritenendo che infettare gli altri sia una bazzecola. Anche porgere la mano a chi me la vuole stringere, da allora mi fa squillare un piccolissimo campanello d’allarme.
Fino a prima della pandemia, queste mie intolleranze erano sempre state considerate manie.
Ma le cose a volte, inaspettatamente, cambiano.

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