Luna Park film di Florenc Papas

Ha fatto il giro di un po’ di festival, compresi quelli indiani, ma in Italia lo si è visto poco, al punto che viene proiettato gratis nei cinema all’aperto dei parchi di periferia.
Peccato, perché è bello e coinvolgente. Forse quello che scoraggia è la dicitura: “In albanese con sottotitoli in italiano”. I dialoghi però sono piuttosto asciutti e i sottotitoli non danno fastidio, anzi: si scopre che in lingua albanese molti termini, e non solo “ristorante”, sono presi in prestito dall’italiano.
Il contesto storico è interessante: nel 1997 in Albania ci fu il fallimento degli “schemi finanziari piramidali” promossi da banche private che avevano aperto dall’oggi al domani e che promettevano interessi anche del 100% a chi depositava denaro contante. Molti albanesi vendettero casa e depositarono tutti i loro soldi con la speranza di uscirne arricchiti. Le banche chiusero all’improvviso e il contante scomparve. Ancora oggi non si sa che fine abbia fatto, tranne che fu probabilmente trasferito in Grecia, Italia e Ungheria. https://www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/Albania-chi-c-e-sotto-la-piramide-28749
Si calcola che il danno complessivo sia stato più di un miliardo, per un Paese di circa tre milioni di abitanti. La conseguenza fu una guerra civile con migliaia di morti e una migrazione di massa, non solo verso l’Italia, ma anche e soprattutto verso la Grecia. Sembra che nei momenti di crisi e incertezza succeda sempre la stessa cosa: chi pensa semplice e brutale, vince. Il film riesce a mettere a fuoco gli aspetti più tristi e umilianti di una situazione del genere, consegnando anche la memoria di un evento storico.
Gli attori principali, una mamma e un figlio, mi sono sembrati perfetti nel loro ruolo.
I costumi meritano a mio parere una menzione particolare: non soltanto sono davvero anni ’90 e albanesi: sono anche indossati come si usava allora tra gente comune anche in Italia, cioè non stiratissimi, un po’ appesi addosso e di taglia non sempre perfetta. Dico questo dal basso della mia piccola esperienza come comparsa, proprio in film ambientati negli anni ’80 e ’90: decine di prove per trovare il vestito che mi calzasse bene di taglia e colore, aggiustamenti sartoriali pennellati e stirature di precisione: io negli anni ’80 e ’90 avrei trovato un abbigliamento così troppo leccato e carnevalesco e, guardando successivamente i film a cui avevo partecipato, ho continuato ad avere una sensazione di artificialità.
Semplici ma realistiche anche le scenografie. Forse, come per i costumi, in Albania non è stato necessario ripescare da un passato troppo remoto o dimenticato.
Non ho apprezzato invece il filtro blu che rendeva spesso le sclere degli attori stranamente azzurre. Era necessario? Non lo so.
La fotografia era forse un po’ ingenua, ma soprattutto la sceneggiatura cede nei dialoghi iniziali, in alcuni casi superflui e poco realistici rispetto a quelli centrali in cui la storia prende l’abbrivio ed è stata concepita più intensamente. Anche il finale mi è parso frettoloso e forzato. L’inizio e la fine di un racconto sono sempre le fasi più difficili, dove i grandi narratori brillano e i meno grandi arrancano.
All’inizio del film compare una lunga lista di enti che hanno partecipato alla sua realizzazione, presumo economicamente. Tra questi c’è anche l’Italia: spero quindi di poter rivedere quest’opera sui canali italiani, dato che nel complesso mi pare migliore di molte altre che sono distribuite generosamente. Gli albanesi guardano i nostri film da decenni: sarebbe bello restituire loro un po’ di ammirazione.



