Rena Bianca, la spiaggia contingentata di Santa Teresa di Gallura

La spiaggia Rena Bianca di Santa Teresa di Gallura in Sardegna è lunga circa 200 metri.
Me lo conferma uno dei suoi guardiani, quelli che controllano l’accesso dei turisti ogni giorno dalle otto alle diciotto, perché Rena Bianca di Santa Teresa è una spiaggia “contingentata“.
Contingentato è un termine conciso e interessante, ha un che di militare. Soprattutto è un termine che suona colto. Così viene verbalmente sparato come un’arma di lusso contro i turisti sciocchi e pecoroni che provano a raggiungere la spiaggia alla chetichella, manco fosse loro. Adesso non lo è più: è contingentata, basta con sto’ overtourism.
Il fatto che a Santa Teresa di Gallura negli ultimi cinquant’anni si sia costruito e rinnovato senza pietà al fine di vendere più case possibile grazie proprio alla presenza di una spiaggia cittadina molto bella e raggiungibile a piedi, non c’entra: l’overtourism è overtourism, non si sa da dove arrivi e comunque adesso l’accesso alla spiaggia costa 3,5 euro, è ufficiale. Li paghi anche se a Santa Teresa possiedi una seconda casa che ti costa un sacco di soldi in IMU e TARI, che andranno a coprire il sussidio invernale del lavoratore stagionale che ora ti guarda dall’alto in basso e ti informa con stanco tono di sufficienza che oramai funziona così, anche a Cala Coticcio, anche a Stintino, che non lo sapevi? (qui l’elenco delle spiagge contingentate in Sardegna)
Allora io chiedo al guardiano cosa significhi esattamente contingentata. Lui mi risponde che è a numero chiuso, come le università, e che è meglio prenotare l’ingresso, c’è anche il sito, basta inquadrare il QR code come in birreria.
Chiedo a che cifra massima corrisponda questo numero chiuso: 1015 persone compresi i lidi, cioè le zone date in concessione.
Conto gli ombrelloni totali presenti, che in questa stagione sono esattamente 100, suddivisi in due lidi diversi. Nel lido più grande, che ha quattro file di 16 ombrelloni, si pagano, i primi di luglio, 75 euro per due lettini in prima fila e un po’ meno per le file successive.
Nella foto sopra, presa da Google Maps, sembra che gli ombrelloni del lido centrale siano ben distanziati, ma non è la situazione che ho trovato io. A Rena Bianca, a luglio 2026, la battigia sembra arretrata di almeno un metro rispetto alla foto, anche con bassa marea, e ombrelloni e lettini sono così ammassati da essere gli uni attaccati agli altri. Bisogna stare sdraiati sul lettino come un cadavere nella bara, perché se si allargano un po’ e braccia, si dà di gomito al vicino. I lettini della prima fila, inoltre, vengono spostati pressoché in acqua, alla faccia dei famosi 5 metri di distanza dalla battigia che dovrebbero tenere.


Mattina presto. I lettini ovviamente saranno poi girati dai clienti verso il mare

La spiaggia Rena Bianca di Santa Teresa di Gallura subisce da decenni un processo di erosione che la sta riducendo a una striscia sempre più sottile. Comparando le foto dell’arenile negli anni ’50 a quelle di oggi, la battigia sembra arretrata di oltre 5 metri. Alle spalle della spiaggia c’è un costone verticale a sua volta erodibile e pertanto è proibito ai bagnanti starci a ridosso: c’è un cordone che delimita l’accesso, togliendo ulteriore spazio alla parte posteriore.
Ovviamente tre mesi di turismo intenso su dodici sono sufficienti per affermare politicamente che l’erosione della spiaggia è tutta colpa dei turisti e quindi la contingentazione a pagamento (si poteva anche contingentare gratis, eh?) è giustificata, anzi: oltre al braccialettino giornaliero da discoteca anni ’80, ti impongono l’uso della stuoia sotto l’asciugamano “per non portare via troppa sabbia dalla spiaggia (?)”.
Tenendo presente che una parte della spiaggia che si vede nella foto di Google Map è stata edificata e che la battigia arretra – e non di poco – ogni anno, lo spazio disponibile per i bagnanti si è ridotto a quello che si potrebbe vedere come una sorta di triangolo, la cui parte più profonda è occupata da lido centrale e misura circa 15 metri dalla battigia al costone.
La superficie dello spazio utile corrisponderebbe quindi circa a 15 × 200 ÷ 2 = 1500 metri. Che diviso 1015 persone fa meno di 150 centimetri quadrati a persona. Giusto lo spazio dell’asciugamano.

Comunque, senza complicarsi troppo la vita con i calcoli, è sufficiente guardare in foto il lido centrale di concessione privata. Sono 68 ombrelloni, ciascuno con due lettini, dove ci stanno, compatte, meno di 200 persone. Dove dovrebbero stare le altre 800? Tenendo conto anche del fatto che c’è un altro lido e una zona centrale riservata al salvataggio?
1015 persone in quella spiaggia non ci entrano, a meno di non affollarle spaventosamente o lasciarne una buona parte in acqua.
Che contingentazione sarebbe mai questa?
1015 moltiplicato 3,5 euro fa più di 3500 euro al giorno, più i 100 ombrelloni attuali con un costo medio di 65 euro a postazione. In caso di tutto esaurito sono 10.000 euro al giorno che questa spiaggia contingentata produce. A me questo pare il mero sfruttamento di un bene pubblico con la scusa della conservazione.
Peraltro, dopo le 18 si potrebbe accedere alla spiaggia gratuitamente (sempre con la stuoia, eh?) ma ombrelloni e lettini chiusi continuano a occuparne una buona fetta. Così come la parola contingentazione, anche concessione (di suolo pubblico) assume qui significati personalizzati, e nessuno si sogna di levare questa attrezzatura privata che occupa la spiaggia anche quando è inutilizzata.
Ci sono poi altri piccoli particolari sgradevoli, il solito sottoprodotto di cose fatte con un livello di decenza inferiore a quanto sarebbe consigliabile:
– I disabili entrano gratis, ma in base al guardiano/a di turno devono mostrare, oltre al tesserino, anche l’intero foglio che attesti il tipo di disabilità, con conseguente non necessaria umiliazione.
– I residenti entrano gratis, e loro essendo residenti evidentemente trattengono la sabbia in zona e possono entrare in spiaggia senza stuoia e giocare a pallone in quindici tirandolo in faccia a chi ha pagato e ha la stuoia regolamentare, costringendolo in sostanza ad andarsene anche se voleva guardarsi il tramonto. Se proprio vuole, lo va a vedere al bar, con la consumazione.
– C’è un trucco segretissimo per accedere alla spiaggia gratuitamente e senza stuoia: si può affermare all’ingresso che non si sosterà sulla spiaggia ma ci si limiterà a “sedere sugli scoglietti” posti agli angoli. Aspettatevi però che il personale di guardia, poco solerte con i residenti perché rischia schiaffoni, si rifaccia sul turista venendovi a contestare che non siete esattamente seduti sullo scoglietto e che avete appoggiato il vostro asciugamano sulla preziosa sabbia, o su una roccia, che mica è uno scoglio, badate bene.
Non conosco la situazione delle altre spiagge sarde contingentate, che mostrano comunque la solita confusione di regole e invenzioni balzane dell’amministrazione locale, fatta eccezione per Cala Coticcio, il cui sfruttamento va avanti da anni e in alta stagione si trasforma in un’avventura triste oramai evitata dagli stessi operatori che propongono il giro delle isole della Maddalena in barca, perché la reputano troppo affollata di natanti e pericolosa per farci il bagno. Al Manto della Madonna le liti quotidiane tra operatori turistici che portano i clienti a tuffarsi nella baia e natanti privati che rischiano di passarci sopra, dovrebbero indurre a un contingentamento reale degli accessi. Però questo significherebbe che qualche persona locale perde il lavoro, invece che ottenerlo, e non sono lavori da pochi soldi. Quindi si tergiversa fino a quando non succederà l’incidente che sbloccherà la situazione. Una sorta di roulette russa con il turista sfortunato.
In Sardegna, le discussioni sul giusto equilibrio tra bisogno di soldi e protezione ambientale vanno avanti da anni. C’è un film su questo tema che si intitola La vita va così e che hanno proiettato proprio a luglio scorso nel cinema all’aperto di Santa Teresa di Gallura. Un film tipicamente italiano, con piccoli accenni di denuncia più didattica che concreta, e un insulso balletto finale dei protagonisti che toglie serietà al tutto, tanto per non rischiare niente. Anche nel film però i sardi litigano parecchio sul destino della Sardegna e da quando sono andata in vacanza lì, sui social mi compaiono innumerevoli post di appelli e polemiche che attraversano l’isola. In un post in particolare l’autore chiedeva se non ci si possa mettere d’accordo almeno su qualcosa, per amore di questa bella terra. Un commentatore ha scritto: “Ma questa terra, la amiamo davvero?”
È davvero naturale e obbligatorio amare il territorio in cui si è nati o si vive? E soprattutto: cosa significa “amare”? Spesso dietro alla parola amore non c’è altro che una contrattazione continua sul proprio bisogno di ricevere, ottenere attenzione, incolpare di qualcosa, indurre l’oggetto d’amore ad arrendersi ai nostri desideri senza badare ai suoi.
Possesso e sfruttamento, insomma.
A chi davvero crede che il biglietto d’ingresso di Rena Bianca tenga alla larga i turisti che non hanno soldi da spendere, voglio dire che questo è un ragionamento da poveri: nessun ricco è così stupido da pagare per stare in una spiaggia accalcata, rovente e con l’acqua intorbidita dalle creme solari dei bagnanti. I ricchi tanto ambiti osservano il panorama da lontano, sugli yatch che non pagano nulla per ancorarsi alle boe sempre più vicine alla riva, dove poi arriva a ondate la sciacquatura dei loro piatti. E il tempo in cui compravano casa a Santa Teresa, temo che sia finito.



