Dalla stazione di Brandizzo è tutto, passo a un’altra linea
A molti sarà capitato. Nei film succede. Ti svegli la mattina ed è una giornata grigia come tante. Poi sali su un mezzo qualunque e ti trovi catapultato all’improvviso in una dimensione spazio-temporale sconosciuta.
Io per esempio dovevo arrivare a Rho partendo da un posto ameno e nebbioso, il cui unico rapporto con il mondo della modernità si trova a qualche chilometro di distanza e consiste in una sorta di stazione lungo una linea ferrata risalente al Regno delle Due Sardegne. Il conte Camillo Benso di Cavour volle costruirla per consentire alle genti piemontesi sopravvissute alle guerre francesi di andare a vendere funghi ai lombardi.
Arrivare alla sorta di stazione non era comunque stata un’impresa facile: già intontita dal pre-disagio magico, mi ero erroneamente fatta accompagnare da mio padre che, consapevole di quanto certi fenomeni accadano soltanto in seguito a forti accelerazioni su piano instabile e ghiacciato, ha percorso le strade di campagna come un’ambulanza che si precipita sul luogo del disastro, per poi abbandonarmi nella sorta di stazione mezz’ora prima del necessario.
Ho così avuto tempo di verificare che lì c’erano due binari e la stazione non aveva un nome. La sala d’attesa, con ben tre sedie, era chiusa per atti vandalici, che un po’ capisco. C’era altresì una biglietteria, che però è un tabaccaio e quindi adotta orari da negozio.
Per ingannare l’attesa ho avuto l’idea di percorrere il Viale della Stazione, progettato secondo visioni discretamente grandiose. A un certo punto le visioni devono essersi interrotte e quindi il viale non porta da nessuna parte.
Superate due vecchiette che camminavano piegate su un carrello della spesa adattato a deambulatore, ho incontrato un ragazzo che indossava una pettorina con sopra scritto Pony. Aveva gli occhi dilatati dalla sperdutezza e portava un pacco che era diventato tutt’uno con le sue estremità congelate. Apostrofandomi come si usava ai tempi della colonizzazione del remoto Ovest, mi ha domandato se vi fossero anime nella landa da cui provenivo o se vi fossero quantomeno degli spacci, anche solo di beni di prima necessità.
Mi è toccato deluderlo, avvisandolo del fatto che neppure alla stazione del convoglio vi era riparo o un cambio cavalli disponibile.
Sono quindi tornata sui miei passi poiché l’ora della mia partenza era prossima. Un tabellone della sorta di stazione segnalava l’arrivo del mio treno al binario 2, ma sul binario 1 c’era un cartello con su scritto “treni direzione Milano”, che era la direzione verso la quale intendevo dirigermi. Uno studio accurato del mio portachiavi, che è una bussola cinese, mi portava a trarre conclusioni contraddittorie. Sul binario 2, inoltre, non era presente alcun viandante, mentre al binario 1 sostava della brava gente con lo sguardo rassegnato.
Due campanelle in ghisa, di mirabile fattura irredentista, facevano bella mostra di sé sopra a due insegne di latta con le scritte, rispettivamente, Torino e Pinerolo. Un bel gesto di conservazione storica, se non fosse stato che quella che avrebbe dovuto avvisare di un treno in arrivo per Pinerolo trillava invece per segnalare l’arrivo del treno che avrebbe dovuto essere per Torino, cioè la direzione opposta, ma su binario incerto.
Mi affascinano i treni a due piani, soprattutto d’inverno. Al piano superiore fa più caldo e c’è più panorama, o comunque si ha la sensazione di fluttuare nella nebbia senza vedere il suolo. O le stazioni.
Su questi treni – dove il tempo e il controllore non passano mai – le toilette sono regolarmente chiuse a chiave e il mirabolante visore degli anni ’80 a cristalli liquidi annuncia la prossima stazione del percorso Sabaudia-Caltagirone. Sempre quello, in onore del fondatore della linea.
La mia missione consisteva nello scendere alla stazione di fine percorso e cambiare treno per Novara, dove avrei successivamente preso la coincidenza per Rho. Un viaggio di centoventi chilometri della durata di sole quattro ore, ben un terzo del tempo che avrei impiegato andandoci a piedi.
All’ora esatta del mio arrivo previsto alla stazione di cambio, il treno sostava e tutte le genti ne dismontavano. Non si vedeva alcun cartello indicante il nome della stazione, ma io mi sono detta che in fondo certe invenzioni moderne sono più fatte per passare il tempo e far girare l’economia, che per vera utilità; che gli antichi romani hanno conquistato un impero senza stazioni e senza cartelli indicanti il loro nome. Quindi sono scesa anch’io. E sono precipitata in un luogo sconosciuto e dall’esistenza incerta: Brandizzo.
Il nome Brandizzo, all’apparenza privo di etimologia sensata, non deve trarre in inganno: è evidente che si tratta del primo gradino di un lungo percorso di iniziazione irto di trabocchetti, e che garantirà la fuga soltanto ai più impavidi.
Brandizzo potrebbe essere in realtà il nome in codice di Kin 182, il cui motto è:
Persevero per Comunicare
Trascendendo il Respiro
Sigillo l’Input dello Spirito
Con il tono Cosmico della PresenzaVento del cane bianco cosmico. Pronuncia: iik. Proprietà: creazione collaterale della realtà, forze invisibili, conciliazione degli opposti (treni, in particolare).
Inoltre Kin 182, per motivi poco chiari, corrisponderebbe alla caviglia sinistra, che guarda caso è proprio quella che mi sono infortunata due anni fa esatti. Lo dico per coloro che non credono nelle coincidenze cosmiche e magari poi sono così fessi da credere in quelle ferroviarie.
Anche se all’apparenza, quell’apparenza a cui insistevo aggrapparmi, la stazione alla quale avrei dovuto scendere distava pochi chilometri, il prossimo treno che avrebbe avuto l’onore di attraversare Brandizzo sarebbe passato soltanto di lì a un’ora. Una giovane viandante, forse mandata a me da forze benigne, mi metteva sull’avviso dell’eccezionalità della situazione generale, poiché sebbene ripetutamente interrogata, non pareva conoscere alcun luogo che si chiamasse come la mia destinazione finale e mi chiedeva di digitare la parola Rho sulla sua mappa interattiva, per poi dirmi che non sapeva proprio cosa dirmi.
Mentre le prime ombre della sera allungavano i loro artigli verso le mie ginocchia non abbastanza coperte, mi avviavo lungo un altro Viale della Stazione in cerca di un luogo di pace ove rifugiarmi, raggiungendo così uno dei cinque altari della chiesa barocca di San Giacomo apostolo, dove mi attendeva un rinfresco di benvenuto risalente al secolo XVII.

Dopo avere cercato a lungo e inutilmente qualche botola segreta che mi portasse direttamente a Betlemme per una sorta di rinascita, rientravo mesta in quel della stazione di sorta 2, alla scoperta di altre campanelle irredentiste. Nel tentativo di raggiungere il secondo dei due binari mi addentravo in un tunnel senza uscita, ma dai segni premonitori.

Ci voleva poco, in fondo. Uscire un po’ da questi schemi scontati per cui oggi è oggi, e se hai un appuntamento oggi non può essere domani, quando poi al cosmo di te che gliene importa: gli astri proseguono lungo la loro rotta ribelle e non soffrono della tua stessa forza di gravità, che poi è una debolezza, diciamolo.
Brandizzo è il luogo non luogo dove nulla è scontato e gli alberi affondano le loro radici nelle fondamenta delle case, che a loro volta affondano di tetto nel sottosuolo.
Un luogo, dico, dove ciò che è degrado si fa arte e abbellisce scorci deprimenti, nobilitandoli col tocco della disperazione.
E se i rifiuti nelle campagne sono brutti, Brandizzo ribalta la visione e li usa per una mostra fotografica nella sua galleria più prestigiosa: quella del sottopasso pedonale della ferrata sabauda. Ricordandoti così che verrà un giorno, neppure troppo lontano, in cui potresti rimpiangerli.
Ed è qui, nel buio al neon di Brandizzo, che tutto fiorisce di nuovi universi grazie a un tempo flessibile e infiltrato, che non conosce scorrimento, ma risuona dell’eco di cocci di bottiglia e genera tanta umidità.
Alcune opere appese ad abbellire il sottopasso della linea ferrata di Brandizzo





Brandizzo cerca di mimetizzarsi su Wikipedia nascondendo la sua vera natura, ma la sua arte urla Kin 182e il disastro ferroviario era prevedibile: https://www.ilpost.it/2024/03/15/sicurezza-manutenzione-rfi-brandizzo/
Attori secondari di questo post
19 Marzo. Mio padre
Viaggio attraverso l’Impero Romano in treno, traghetto e bus
Il destino era già scritto per me all’isola di St. Lucia

A molti sarà capitato. Nei film succede. Ti svegli la mattina ed è una giornata grigia come tante. Poi sali su un mezzo qualunque e ti trovi catapultato all’improvviso in una dimensione spazio-temporale sconosciuta.


