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Ringrazio anticipatamente tutti coloro che vorranno lasciare una recensione.
Buona lettura
Loredana de MIchelis

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copertina libro Offset di Loredana de MichelisLoredana de Michelis

OFFSET

MEMORIE DA BLOG

Copyright © 2016 Loredana de Michelis


INDICE

Italian Movie
Pollo alla diavola del Magico Micio
Dubai
L’educazione siberiana di Nicolai Lilin
E io smetto di fumare
C’era una volta Isola Rossa
Amor Borghese
Halloween
Mio padre
Quando c’era Berlinguer
Storia di Astypalea secondo i gatti
Panama: Isla Contadora
Differenze culturali
Il funghetto ci ucciderà tutti
Cacao
Facile manuale di comando del pensiero
umano per Gatti 1.0
Cercami su Facebook
Tango
Natale
Apparenze
Clima e scie aeree di pensiero
Natura morta con cagnolini
Il ritratto perduto che Art Kane fece alla mafia
Libri di Loredana de Michelis: brani in anteprima


ITALIAN MOVIE

Possiedo legalmente una bella, grande terrazza.
L’area di parcheggio sottostante, che sarebbe anch’essa privata, è posseduta di prepotenza dagli avventori del Junk Sex, che d’estate amano disseminare il terreno di fazzolettini sporchi e preservativi usati, di preferenza rossi.
Allora io metto sulla terrazza un bel faro potente che si accende col movimento sottostante.
Allora loro mi tirano un mattone per scassare il faro, ma non lo centrano e mi rompono un vaso.
Allora io vado al mercatino dell’usato e mi procuro una vecchia pistola ad aria compressa che spara pallini di plastica, rossi.
Sparo.
Un rumore tremendo. Il pallino resta in canna e cade inerme a terra quando cerco di ricaricare.
Mi sembra una triste parodia e c’è chi dice che dovrei lasciare perdere, ma a me secca, perché gli stessi che dicono che dovrei cambiare quartiere sono anche quelli che scrivono su Facebook: “Non mollare mai!” e firmano le petizioni per la difesa delle minoranze.
Allora io alla maggioranza che si aggira lì sotto tiro la pistola. Tanto non funziona.
Loro aspettano che faccia buio e mi tirano indietro una bottiglia di plastica riempita di ghiaia. Neanche questa volta centrano il faro, ma rovesciano una sedia e i miei gatti, che si godono la terrazza a notte fonda, rientrano in casa di corsa con il pelo dritto e gli occhi stralunati.
Siccome i miei gatti non si toccano, adesso è guerra per davvero.
Mi attrezzo per passare la notte estiva sul terrazzo. Mi sono munita di cartelli su cui ho scritto: “È vietato di lordare il pubblico suolo, pena l’arresto: legge n° 46 del 1922” e “Scommetto che a casa tua ricicli, brutto maiale”. Sul tavolo ho: megafono, mattone che ho conservato, martello in seconda battuta, sigarette, birra, grappa e noccioline.
Alle 03.00 mi addormento a faccia in giù sul tavolino, e il faro, che contavo mi svegliasse al momento giusto, non si accende mai. Si è bruciata la lampada alogena: tutto quel viavai dei giorni precedenti, accendi e spegni. Si è bruciata.
Sono le sei del mattino e io esco di casa in pigiama, con un vecchio, grosso rastrello, per pulire il cortile e andare a dormire.
Sotto casa è parcheggiata un’auto della Polizia Penitenziaria. Il poliziotto in divisa sta chiacchierando al cellulare, appoggiato al cofano. Mi sembra mandato dal mio angelo custode e mi avvicino fissandolo speranzosa.
Lui guarda me e il rastrello e i suoi occhi si fanno… non so, attenti, tipo.
Dice: “Ti richiamo dopo”, chiude la telefonata e mi fissa. Io non so bene cosa dire, mi aspettavo qualcosa di più formale, come: “Buongiorno Signora, in cosa posso esserle utile?” Invece lui mi fissa e fa un cenno verso gli alberi, dai quali sbuca un suo collega munito di ricetrasmittente, che appena mi vede non si mette proprio a correre, ma diciamo che accelera l’andatura.
Deliziata da tanta solerzia espongo le mie lamentele e finalmente i due bravuomini si rendono conto del mio dramma, per il quale, mi dicono, non possono purtroppo fare nulla. Però mi danno un consiglio personale: mettere via il rastrello e rivolgermi alla polizia.
Io poso il rastrello. Il resto mi pare che lo sto già facendo.
Ma loro mi dicono che devo proprio fare una denuncia, ogni volta: rompere le scatole alle autorità finché le sfinisco. “Li faccia scrivere, devono farlo: vedrà che si scocciano. Ma noi non le abbiamo detto niente”.
Alle 8,30 mi presento al posto di polizia più vicina, dietro la Stazione Ferroviaria. Sulla porta c’è scritto STAZIONE DI POLIZIA e a lato ci sono due stemmi, quello della Polizia di Stato e quello della Polizia Comunale.
La porta non si apre. Suono. Non risponde nessuno. Ri-suono, guardando attraverso i vetri oscurati e sporchissimi. Sembra decisamente un posto abbandonato e giurerei che il campanello è staccato.
Decido di chiedere al negozio di africani subito a fianco: se c’è qualcuno che sa dove si è spostato il posto di polizia, sono loro di sicuro. Nel negozio c’è gran bella musica e due tizi che molleggiano a tempo sorridendo, ma sono al telefono e non mi prendono in considerazione. Mi aggiro per una mezz’oretta, compro del latte di cocco tanto per fare qualcosa: è carissimo. Finalmente riesco a fare la mia domanda, mentre mi danno il resto prelevandolo dal mucchio di monete ammonticchiate davanti alla cassa, che pare inutilizzata. Sempre ridendo mi spiegano che la vetrina della polizia è un posto per “spaventare i poveri passeri”: la vera entrata è dall’altra parte dell’isolato.
Faccio il giro. Stessa insegna, stessa porta oscurata. Suono. Silenzio.
Sto per andarmene, quando una vocina di donna spaventata esce dal citofono e chiede: “Chi è?”
Io non so bene cosa dire.
– Devo fare una denuncia. – Uso il tono più grave possibile.
– Per cosa? – chiede la vocina dopo una pausa valutativa.
– Atti vandalici. –
– Ehh, ha un appuntamento? –
– No signora, è appena successo, prima non lo sapevo che sarebbe successo, quindi mi scusi ma non ho fatto in tempo a prendere appuntamento. –
– Ehh, ma io qui sono da sola e ho tutti gli ufficiali fuori: le conviene andare alla Polizia di Stato. –
Io guardo di nuovo l’insegna per sicurezza: c’è proprio scritto Polizia. Una folla di pensieri mi si affolla e non voglio affollamenti: ho una missione da portare a termine.
– Qual è il posto più vicino dove posso trovare un ufficio denunce della Polizia? – Chiedo sbrigativa.
– In Stazione, dalla Polizia Ferroviaria, binario 1. –
Mi dirigo in Stazione: è a 100 metri. Tiro una tale scampanellata all’ufficietto della Polizia Ferroviaria del binario 1, che a momenti ribalto tutti i tabelloni. Mi aprono.
In uno sgabuzzino siede un poliziotto con un grosso condizionatore portatile scassato che gli fa aria dritta sulla trachea. Mi guada guardingo, ma io non mi faccio intimidire.
– Sono stata mandata qui dall’ufficio di polizia che c’è là dietro, per fare una denuncia. –
– Per cosa? –
– Atti vandalici. –
– Ma glieli hanno fatti qua in Stazione? –
– No, a casa mia: mi tirano mattoni sulla terrazza. –
– Ah, allora deve andare dai Carabinieri. –
– Scusi, ma la Polizia Penitenziaria mi ha detto di andare dalla Polizia. La Polizia di Stato mi ha detto di rivolgermi alla Polizia di Stato che sareste voi della Polizia Ferroviaria –
– Aspetti che chiamo il maresciallo: Maresciaalloo! –
A trenta centimetri da me si apre una porticina e sbuca uno in divisa, piuttosto corpulento. La stanza da cui proviene è talmente piccola che posso solo immaginare che ci stia in piedi.
– La polizia qua dietro ha detto alla signora di venire da noi per una denuncia. –
Facce di sufficienza.
– Deve andare all’ufficio denunce dei carabinieri, signora. Sono loro che si occupano di queste cose e poi noi al momento abbiamo tutti gli ufficiali fuori. –
Così dice il Maresciallo. Mi fanno pena, ‘sti due, ho questo difetto. Dovrei farmi pena io e mi fanno pena loro.
– Carabinieri dove? – Chiedo sbrigativa.
E mi faccio a piedi cinque chilometri sotto il sole.
L’ufficio denunce dei carabinieri promette bene: c’è un sacco di gente con bende e cerotti che piange e una carabiniera dietro il vetro che mi guarda severissima. Io dico che voglio fare una denuncia.
– Per cosa? –
– Atti vandalici. –
– Alla persona o a oggetti? –
– Oggetti. –
– Documenti, si accomodi. –
Vengo chiamata dopo venti minuti. Un carabiniere efficiente si siede dietro un computer.
– Mi dica, signora. –
Adesso ci siamo: sono emozionatissima. Attacco a raccontare la mia triste storia.
– Ma il mattone l’ha colpita? –
– Non ero in terrazza in quel momento. L’hanno tirato di notte, però mi ha rotto un vaso. –
– E vuole fare denuncia per un vaso? –
– No, voglio fare denuncia perché potevo esserci io, perché ci sono due gatti, perché mi risulta sia proibito tirare mattoni sulle terrazze. –
– Ma l’hanno tirato per rompere il faro, l’ha detto lei. –
– Guardi che il faro è montato sul muretto che circonda la terrazza, che sta al primo piano. Dal basso non si può vedere chi c’è dietro il muro: potrebbe esserci una persona, nella fattispecie io. –
– Ma non volevano ferire lei. –
– Ma lei che ne sa? –
– Aspetti che chiamo il maresciallo. –
Arriva il maresciallo che mi si siede a fianco come un prete comprensivo. Gli racconto la storia da capo.
– Deve chiamare la polizia quando succede, signora. –
– L’ho già chiamata, mi ha detto di fare denuncia. –
– E allora le conviene fare la denuncia alla polizia. –
– E se la faccio alla polizia e anche ai carabinieri? –
– Noi se vuole scriviamo, ma finisce tutto lì: cosa vuole che facciamo? –
– Passare e disturbare l’andazzo che c’è tutte le sere e che è diventato così aggressivo che si sentono in diritto di entrare in aree private e commettere vandalismi? –
– Eh, ma se li mandiamo via di lì tanto vanno da un’altra parte. –
– Non sarebbe male, così tutta la cittadinanza e non solo un quartiere prenderebbe coscienza del problema. In questo modo invece ci ghettizzate. A me comunque basterebbe che si spostassero sulla strada che costeggia la ferrovia. –
– Eh ma lì non passa nessuno: come fanno a lavorare? –
– Ma voi da che parte state? –
– Signora, il consiglio migliore che le posso dare purtroppo è di cambiare quartiere. –
Eh già.
Il maresciallo se ne va. Io guardo il carabiniere, che mi guarda sconsolato.
– Signora, non abbiamo leggi contro la prostituzione. –
– Non ce l’ho con la prostituzione. Ce l’ho con le cose che volano: mattoni, siringhe, fazzolettini sporchi, preservativi usati. Non vorrei che ci si aggiungessero anche gli asini, a questo punto. –
– Le conviene fare un esposto. –
– Ne ho già fatti tre. –
Il carabiniere annuisce comprensivo. – Posso darle un consiglio? Non molli, continui.-
Spero che non mi chieda anche l’amicizia su Facebook.


POLLO ALLA DIAVOLA DEL MAGICO MICIO

Ricetta buona solo per Gatti esperti: attenzione principianti, ciò che vi descriveremo è opera di professionisti, non provate a farlo per gioco!
Ingredienti:
– Un pollo, un umano che lo cuoce, unghie robuste, un posto sicuro dove scappare e nascondersi.
Esecuzione:
1) Annusare casualmente cosa cuoce in pentola: è pollo.
2) Aspettare che cominci a puzzare di bruciato.
3) Allertare l’umano cuoco con miagolii disperati: l’umano di solito in questo caso si sveglia dallo stato di narcosi che gli era colto davanti al computer e corre a spegnere il fuoco e a togliere il coperchio dalla pentola, affumicando la casa.
4) Aspettare ciondolando in giro che il cuoco torni al computer per finire di scrivere le mail, mentre (lui crede) il pollo si raffredda.
5) Saltare silenziosamente ma alla cieca sui fornelli. Questa fase richiede un certo coraggio e una certa capacità di rimbalzo in caso di emergenza.
Importante: se l’atterraggio è andato bene, sarebbe meglio non lasciare impronte di zampette sul piano cottura, perché in caso di indagini si finirebbe per essere dei facili indiziati.
6) Estrarre il pollo dal tegame rovente con un’abile unghiata e buttarlo per terra, possibilmente sotto un armadio. Sbranarlo velocemente di nascosto, anche se scotta un po’ la lingua.
7) Tornare a dormire nella stessa posizione di prima.
Possibili varianti della ricetta:
a) L’umano narcotizzato crederà di avere mangiato il pollo sovrappensiero e tornerà al pc. In tal caso continuate a dormire per altri dieci minuti e poi miagolate come se steste morendo di fame.
b) L’umano scivola sulla scia di unto lasciata dal pollo, batte la capoccia per terra e sviene. In tal caso miagolate finché non arrivano i vicini. Difficile che poi l’umano si ricordi del pollo.
c) L’umano scopre la pentola vuota e le impronte zampettali. In questo caso arriva la polizia: si sente dalla sirena delle urla. Scappare in un posto sicuro per almeno un paio d’ore e poi ripresentarsi affettuosissimi.


DUBAI

Io non ci volevo venire. Chi diceva che oramai era una bolla vuota e scoppiata, chi parlava di spreco insensato e palazzoni assurdi. Chi menzionava lavoratori disidratati pagati pochi soldi e provenienti da parti del mondo mai citate dai giornali occidentali.
È tutto vero.
Ma se c’è un sogno americano, forse tramontato, perché non anche uno arabo, fatto d’oro e di specchi come polvere di stelle.
Dubai è un fiore di metallo che sboccia nel deserto e picchia brutalmente il mare, forse azzurro, ma che non profuma di cose misteriose, solo di benzina, e nei posti meno visibili, di fogna.
Prima comunque puzzava di pesce marcio e quindi è sempre stato bello solo da lontano. Adesso lo guardi scorrere sotto un motoscafo, come un’autostrada.
La sabbia che c’è qua è il terreno di ogni cosa: quando si alza il vento, semplicemente la si respira, e conferisce all’aria un profumo secco, di pietra rovente.
Fuori dagli hotel, la luce, il bianco e la polvere, sono l’unica cosa reale. Il resto è stoffa, animali curvi e oggetti che rotolano a casaccio come fragili lattine. Niente che possa lasciare traccia, tra i canti di ogni giorno e il suono miracoloso dell’acqua, che s’impara a inseguire di fontana in fontana.
Andando in giro con tutto il peso del sole sulle spalle, arrivano pensieri strani: vorrei coprirmi da capo a piedi, camminare con le altre donne, i cui vestiti, tutti uguali, mostrano solo l’appartenenza a una comunità e la posizione che si occupa all’interno di essa. Il resto è privato e la regola vale anche per gli uomini: il corpo e la personalità non sono cose da esibire ai passanti.
Mi piace, per una volta vorrei sentirmi così uguale agli altri da non riuscire neppure a considerarmi una singola unità. Mi sentirei protetta, deresponsabilizzata, senza gloria da guadagnare e senza errori da scontare.
Dopo la centesima boutique invece, senza preavviso, m’invade la furia stilistica e catechizzerei tutti quelli che ricoprono i bambini di stoffe sintetiche, impataccate di tulle e brillantini. Disegno con la mente vestiti da Mille e Una Notte, artisticamente considerando come l’opulenza, qui, bene si accordi con uno sfondo sempre neutro.
Mi vedo già celebrata come un talento della moda italiana e penso che diventerei ricca; e subito me ne andrei da qua.
Ma non senza un profumo, una piccola ampolla dal contenuto ambrato, ricoperta di fili d’oro. Sguscerei via con la pelle intrisa di mistero, lasciando una breve scia dolce a chi l’avesse voluta sentire.
All’aeroporto, una volta tanto, giro tutti i duty free, perché qui c’è un’atmosfera antica, quella del consumismo: in questo paese è ancora permesso spendere e sfoggiare. Non è permesso divorziare. Da noi invece spendere è diventata una vergogna, quasi come una volta lo era essere divorziati.
Si può anche fumare, al ristorante chic, dove tutti sussurrano e i camerieri si muovono silenziosi, servendo ciotoline di hummus, dolmades, pane e olive, che sembrano cibi ricchi di grazia, speciali come doni.
Al terzo bicchiere di vino questa grande astronave piena di orologi Rolex che segnano l’ora lungo i corridoi, col suo prezioso giardino artificiale e le opere architettoniche lisce e lucenti, mi ricorda di nuovo il deserto e le genti che lo attraversano.
Ecco cos’è: un miraggio! Sto guardando un miraggio.
E i miraggi, a quanto pare, si assomigliano tutti:

Meravigliosa è la forza dei deserti d’oriente fatti di pietre di sabbia e di sole, dove anche l’uomo più gretto capisce la propria pochezza di fronte alla vastità del creato e degli abissi dell’eternità, ma ancora più potente è il deserto della città fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote d’asfalto, di luci elettriche e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano tutti nello stesso istante la medesima condanna.
Dino Buzzati, l’Umiltà.


L’EDUCAZIONE SIBERIANA DI NICOLAI LILIN

Ho avuto il piacere di assistere ad un incontro pubblico con Nicolai Kolima Lilin, autore di “Educazione Siberiana”.
Nicolai è piccolo, con le sopracciglia cespugliose e un po’ di pelle tra i tatuaggi. Arriva alla conferenza annunciando che ha fatto tardi perché si è fermato a bere vino con i suoi amici, quelli di Solesino. Sfoggia un italiano perfetto e parla in modo lento, un po’ pedante.
Mentre si dilunga sui pregi del vino bianco del Polesine, la sala si riempie di gente e io mi guardo intorno cercando di capire chi sono i suoi ammiratori: donne grasse e occhialute sedute per terra in modo scomposto, grigi impiegati di banca dallo sguardo interrotto.
Nicolai ispira sentimenti strani: pare un uomo di pensiero, ma ha un sacco di tatuaggi. Se è stato un assassino, come racconta, era di quelli che sparano in faccia alle persone e ne guardano il sangue colare, mentre le ripongono nel bagagliaio dell’automobile.
Ho in mano il catalogo della mostra d’arte dove si svolge la conferenza e dove Nicolai espone le sue opere: effigi di madonne bizantine con le pistole, tradizione ortodossa siberiana, pare, di cui non sembra importare molto a nessuno.
Dei tatuaggi che gli fanno da cappotto, dice subito che non svelerà il significato: la tradizione è tradizione e lui quella non la vende, la mostra soltanto. Nel silenzio ottuso e deluso che segue, spiega che la mafia non c’entra e che dire “mafia russa” non ha senso, la mafia è una cosa nostra di noi italiani: simpatica, per carità, ma la Russia è un’altra cultura, chiudiamola lì, armi pari e patta.
Tutti fingono di ragionare su questa sentenza. Stanno ancora cercando di capire se un tatuaggio fanta-siberiano sia più fico di uno fanta-maori.
Della guerra e della morte Nicolai non parla, ci mancherebbe altro. Lo intervistano sul nuovo libro e in un’ora finisce, senza dire nulla di particolare: una cosa moderata e senza svolazzi, credo anche questa, di tradizione. Siamo noi latini i pagliacci col vizio delle esternazioni ad effetto. Infatti arriva la domanda, che solo un italiano senza idea di vero rispetto può fare: “Lei che ha visto il male da vicino, cosa ne pensa?”
Mi ero riposata sulla sedia fino a quel momento, ma adesso sento un disagio che sta per trasformarsi in nervosismo. Forse non voglio sentire cosa viene dopo, perché la domanda non è una domanda: è una provocazione stupida in un momento impossibile. È come chiedere in pubblico a un chirurgo plastico se sia meglio la bellezza esteriore o quella interiore.
Nicolai non risponde subito, sembra pensare seriamente, guardando il suo interlocutore: trenta secondi in cui ho il tempo d’immaginare il bambino criminale della Siberia, il giovane soldato della Cecenia, il beone di Solesino: tutti a tenersi per mano e a pensare come cavarsela, mentre ognuno di loro avrebbe già risposto con una parolaccia di tradizione siberiana, non ancora registrata sui dizionari online.
Nicolai pensa, e vaglia le possibili risposte. Non è un ipocrita che è stato messo al muro, come qualche ipocrita del pubblico sta compiacendosi di pensare: Nicolai pensa perché sta cercando una soluzione dignitosa senza infrangere le regole. Le regole sono: se parli in pubblico e vuoi soldi, non critichi il pubblico ma lo servi; non per questo, però, ti vendi.
Fammi vedere, Nicolai.
Nicolai solleva leggermente la testa e dice: “Guarda, io ho soltanto visto persone accompagnare i loro fratelli nella morte, accudendoli come avrebbero fatto le loro madri. Ragazzi di venti anni feriti tra le braccia di altri ragazzi, che piangevano per loro. Se devo dire, io, il male, quello senza ragione e senza giustificazione, quello che si vede in Amici di Maria de Flippi, ecco: io l’ho visto lì.”
Chiude la bocca, ha finito la risposta. Tutti a fissare lui che ci osserva quieto in attesa di altre domande, che non arriveranno più.
Nicolai, complimenti: è giusto e buono ciò che hai detto. E lo dico con rispetto.
C’è ancora più rispetto e simpatia per il momento di solitudine, inutile e irritante, che hai saputo affrontare con grazia a compostezza.
Ora ci credo, che sei un duro.


E IO SMETTO DI FUMARE

Non è per un fatto di salute. Neppure di risparmio. È che ho letto quel libro famoso di quel tipo che continua a ripeterti che fumare fa schifo e che se riesci ad arrivare alla fine del suo libro smetterai certamente.
Credo che sia il libro più lasciato a metà della storia.
A me dispiaceva fare un torto simile all’autore, così ho finito il libro e adesso devo smettere di fumare. Solo che ho un problema: non vado in ufficio, lavoro davanti al mio computer quasi sempre e posso fumare liberamente. Quando scrivo sono una ciminiera e neppure mi accorgo di accendere una sigaretta dopo l’altra.
Ci sono soltanto due cose che mi piacciono più del fumare, e una è la liquirizia. Siccome l’altra è il Pernod, vado a comprarmi un mazzetto di radici legnose, che è meglio.
A fine giornata ho consumato un campo di radici di liquirizia calabrese biologica, ho mal di stomaco, la saliva spessa come catrame e ho speso una cifra corrispondente a tre pacchetti di sigarette: non è conveniente. Quando mi accorgo che sono anche uscita senza lavarmi i denti e adesso sorrido con dei pezzi di corteccia incastonati negli incisivi mi dico: “Non va bene. Ripensa.”
Ci ripenso davanti allo specchio, mentre cerco di svellere i pezzi di radice giallastra dalle gengive con un grosso ago da cucito: in fin dei conti fumare non è altro che un riflesso infantile, un antico bisogno orale legato al ricordo della suzione. Se volessi veramente essere onesta con me stessa dovrei comprami un ciuccio, ecco.
Solo che la farmacista mi chiede: “Per che età?”
Io sono sempre stata una taglia small, mai che mi vada bene un vestito. Di riflesso rispondo: “La più piccola” e torno a casa con il mio succhiotto per neonati, rosa.
Nel ragionamento raffinato sul complesso orale, approfondito da eminenti studiosi, tutti si sono dimenticati di un fatto determinante: nell’adulto con turbe neonatali è presente una dentizione completa. Il mio ciuccio, che costa come un pacchetto di sigarette, finisce sbranato dopo mezza cartella e mi ritrovo a sputare pezzi di silicone triturato.
Prima di farmi prendere dallo scoramento torno in farmacia di corsa e chiedo un ciuccio per bambini grandi, robusto. La farmacista mi fissa qualche secondo interdetta: il neonato a cui era destinato il ciuccio più piccolo di prima non può certo essere cresciuto di 36 mesi in un’ora, così m’invento che ha un fratello a cui non voglio fare torto e di cui mi ero dimenticata e no, non sono figli miei, figurarsi se mi dimenticavo di averne due sennò, ahahah!
La farmacista non ride; però il giorno dopo, alla richiesta di un pacchetto da cinque di ciucci, mi guarda minacciosa e capisco che se non voglio che mi denunci devo cambiare aria. Va bene: al supermercato dell’infanzia ti vendono i pacchetti da dieci, più economici, più resistenti e anche decorati a pallini.
Finalmente posso piazzarmi al mio computer completamente attrezzata: vestaglione, bigodone per la frangia e ciuccio. Abito al terzo piano, e davanti alla mia finestra senza tende c’è un albero, la cui cima cresce di un piano all’anno e in primavera rischia di allungare i suoi rami fino a toccare i vetri. Al di là dell’albero ci sarebbero anche dei dirimpettai, che hanno poco da guardarmi straniti: loro tengono sul muro una specie di collana di pesci appesi a essiccare. Io scrivo col ciuccio e il bigodo, loro fumano a Gennaio in mutande sul balcone con lo sfondo dei pesci essiccati: siamo pari.
È con un certo spavento quindi che registro un movimento inaspettato, come di uno sbucare improvviso; sollevo la testa dal PC e fuori dalla finestra c’è un omino che mi fissa terrorizzato con una sega in mano: si è arrampicato silenziosamente sull’albero per potarlo, e ora è lì che guarda, sospeso nella sua imbracatura.
La vestaglia è meglio che non me la tolga, con tutta sta letteratura di bassa lega che gira: do un gran colpo di tosse, sputando così il ciuccio, mentre con il movimento della testa lancio contemporaneamente il bigodo a rotolare in un angolo. Mi alzo sorridente e nella mattina brumosa apro la finestra.
L’omino con la sega è un po’ rattrappito e continua a fissarmi come un lemure paralizzato avvinghiato al suo tronco.
Io faccio la mondana: “Buongiorno (sorrisone). Lo vuole un caffè?”
Mi pare abbia squittito un sì. Mi avvio elegantemente verso la cucina facendo ondeggiare la mia lunga vestaglia da pugile.
Io non bevo caffè. Ho una vecchia caffettiera e della polvere di caffè in frigo, che tengo per gli amici, che non lo vogliono mai, perché ha un sapore orribile: dovrei buttare via il fondo del caffè e non lasciarlo per mesi dentro la caffettiera, dicono, perché ammuffisce. Ma io non me lo ricordo mai.
Butto via la coltura che trovo nella caffettiera e faccio un bel caffè. Torno indietro a chiedere all’imbragato quanto zucchero vuole e se vuole latte. Per fortuna il latte non lo vuole, perché mica ce l’ho.
Ritorno con la tazzina fumante e gliel’allungo dalla finestra con occhietto complice: è una bella trovata quella di bersi il caffè appesi a un albero a dieci metri da terra. Anche l’omino ci ha pensato, glielo leggo in faccia.
Poi assaggia il caffè e mi fissa preoccupato. Io sorrido incoraggiante.
Lui finisce il caffè in un sorso solo, deglutisce e mi porge la tazzina senza una parola. Mentre riporto tutto in cucina e lavo, lui scende dall’albero e sparisce senza averlo potato.
Io mi rimetto al mio PC e mi servo di un nuovo ciuccio dalla scatolina: ho deciso che smetto e io smetto, non mi lascio distogliere da niente e da nessuno.


C’ERA UNA VOLTA ISOLA ROSSA

panorama paese costiero isola rossaGuarda la fotografia, togli il porto di cemento. Trent’anni fa c’erano solo rocce. Cancella la maggior parte delle case. Era così.
Dietro la torre abitava una bambina che aveva cresciuto un gabbiano: lui, nei giorni senza vento, tornava a volare in cerchio sulla sua casa, chiamandola con un verso speciale. Lei usciva di corsa e stendeva le braccia verso il cielo. Il gabbiano allora lanciava un ultimo grido, chiudeva le ali di colpo e si tuffava in picchiata nell’abbraccio.
C’erano due bar ed erano in concorrenza maligna. Ricordo che in uno di questi, gestito dalla famiglia prepotente del luogo, i frigoriferi erano tenuti a temperatura quasi ambiente, per risparmiare sulle bollette, e i gelati si scioglievano nelle vaschette sporche. Il bar è ancora lì, ho controllato sul Web, e dalle recensioni sembra ancora gestito dalla famiglia brutale e spilorcia di allora.
La domenica i ragazzi del posto partivano per una gita di qualche centinaio di metri, superando la spiaggia grande per raggiungere le calette di sabbia e scogli su cui camminavano decine di polipi. Con una sporta piena di pane e limoni, armati di coltello e cinture da sub, s’immergevano qualche metro in apnea e staccavano con fendenti abili le invisibili ostriche larghe e piatte, che aderivano alle rocce coperte di muschio chiaro. Poi tutti a fare merenda. Le cozze, eh, acqua troppo pulita, crescevano poco: fluttuavano in piccoli grappoli nerissimi e lucenti, senza neppure un’incrostazione, ma erano grosse come noccioline, non ne valeva la pena.
Al molo, che era soltanto un palo di cemento, erano ormeggiate le barche dei pescatori e quelle dei mitici corallari.
Avevamo chiesto ai pescatori di poterci unire a loro per un’uscita in mare: partiti all’alba e calate le reti, i pescatori si erano messi saggiamente a dormire in coperta mentre noi eravamo rimasti sul ponte a galleggiare sotto il sole, cercando di reprimere i conati di vomito che un beccheggio così può procurare anche al più duro dei marinai. Poi c’era stato il recupero delle reti pesanti e taglienti, piene di aragoste, di grossi sgombri lucidi troncati a metà dal morso di altri pesci di passaggio, piccole razze dalle bocche spalancate rivestite di denti triangolari e inquietanti esseri gelatinosi degli abissi.
Avevamo voluto fare la vita dei lupi di mare, perciò ci ritrovammo a “curare le aragoste”: i pescatori ce le tiravano, queste facevano un breve volo nell’aria da poppa a prua, agitando le chele; noi le afferravamo, vive e bagnate, e avevamo l’ingrato compito di staccare loro le chele più grosse a morsi affinché non si “rovinassero” l’una con l’altra nel secchio in cui finivano ammucchiate.
Le chele staccate, i pezzi di pesce mangiati da altri pesci e alcuni animali poco smerciabili finirono per essere la nostra paga, trasformata in una Zuppa Gallurese indimenticabile.
I corallari di Isola Rossa erano famosi in tutta la regione e qualcuno di loro era anche diventato ricco. Era il corallo che non c’era più, e per trovarne ancora bisognava scendere sempre più in profondità, anche fino a 90 metri. La sera, un po’ come gladiatori sopravvissuti, i corallari arrancavano al bar dopo la giornata di lavoro: gli occhi rossi e febbricitanti, i movimenti lenti, il braccio paralizzato dall’embolia della stagione precedente, bevevano una gazzosa, perché la birra proprio non ce la facevano, e andavano a dormire. Nonostante il rischio altissimo, s’immergevano quotidianamente e arrivavano a guadagnare fino a cinquecentomila lire al giorno, per tutta la stagione estiva. Le loro mute, nuove e spesse 12 millimetri a Giugno, si trasformavano in carta velina prima ancora di Settembre, schiacciate dalla pressione di quasi 10 atmosfere.
Anche quella era un’avventura che non si poteva perdere e ci improvvisammo mozzi tuttofare, partendo la mattina con una piccola flotta d’imbarcazioni e molta agitazione.
Il più ricco dei corallari si era potuto comprare una piccola camera iperbarica che aveva installato sulla barca, ma gli altri, per dieci minuti di raccolta a 90 metri, dovevano fare la decompressione sott’acqua, appesi a una corda per almeno tre ore, a profondità diverse.
Un solo eco-scandaglio in uso alla flotta ci guidò sul bordo di un crepaccio profondo, forse senza fine. Cercai di guardarci dentro con la maschera a pelo d’acqua ed ebbi una sorta di vertigine: sembrava di osservare una montagna dal basso, le cui cime si perdevano in un cielo nerissimo.
Tutte le mie conoscenze su “l’immersione sicura” sembrarono subito ridicole: con la muta che cominciava a smagliarsi, pinne, maschera, bombola, una torcia, un martello e una corda lunghissima legata in vita, i corallari raccolsero un grosso sasso, lo abbracciarono stretto e si tuffarono in fretta, mentre la corda con le tacche si srotolava velocissima vicino alle mie caviglie: 15, 30, 50 metri in pochi secondi, per arrivare subito in fondo, dove era buio e freddo, senza sprecare aria. Alla faccia dei miei sforzi per compensare i timpani ogni mezzo metro: questi qua deglutivano e basta, dovevano avere dei timpani di gomma, quelli che ancora ce li avevano.
Dopo dieci minuti di silenzio, passati in barca a guardare l’acqua immobile e abbacinante, i primi palloni rossi emersero come razzi, uno dietro l’altro, portando in superficie il loro bottino di corallo raccolto a martellate. Le corde iniziarono a tendersi, mentre i corallari risalivano dei pochi metri concessi, per poi fermarsi lì appesi ad aspettare che il loro corpo si adeguasse alla nuova profondità.
Aiutammo il mozzo a recuperare i palloni con un arpione e a calare una semplice lavagnetta corredata di sasso e gessetto, lungo la corda che aveva strattonato come per suonare una campana. Al secondo strattone recuperammo in fretta la lavagnetta: c’era scritto CAMBIO. Una bombola piena venne calata in mare.
A 70 metri di profondità l’acqua ti schiaccia, e ti muovi come se ci fosse un uomo in piedi sulle tue spalle. L’aria deve essere succhiata con forza disperata dal boccaglio e basta per pochi secondi, poi devi respirare di nuovo, affannato. Il rantolo sordo del tuo respiro e i movimenti impacciati ti dicono che in quel mondo sei un alieno inadeguato e percepisci l’innaturalezza della situazione. La maschera s’incolla alla faccia e ti risucchia gli occhi dalle orbite; ogni pochi minuti il risucchio diventa intollerabile e l’acqua inizia a infiltrarsi: allora devi premere la maschera contro la fronte con una mano e contemporaneamente soffiare forte dalle le narici per svuotarla e ripristinare la pressione. In piscina è facile, ma a quella profondità, se sbagli a gestire il respiro l’acqua ti entra nel naso con la forza di un pugno e tossire con il boccaglio tra i denti diventa molto rischioso. Stare senza respirare è impossibile: i polmoni s’incavano e chiedono aria. Questo per dire che fare un cambio di bombola a 70 metri non è uno scherzo, e guardando la corda che spariva nell’acqua aspettai con ansia che desse cenni di vita.
Tirammo su le bombole vuote e calammo a più riprese la lavagnetta, che ora tornava su con un’altra scritta: AQUA. Un secchio di metallo con coperchio, pieno di acqua calda, fu calato a più riprese: il corallaro di turno versava l’acqua nella muta, cercando di scaldarsi.
Improvvisamente una corda si mise a fare un piccolo movimento sinuoso, ondulatorio. Il mozzo ci scostò brutalmente e si precipitò a recuperare una specie di pistola lanciarazzi nascosta sotto una tovaglia: sparò in acqua, molto vicino alla corda, mentre noi fissavamo la scena terrorizzati. Subito fu calata la lavagnetta che tornò indietro con: ANDATO UN FURGONE!! Il mozzo ci sorrise, era giovane ma aveva la pelle incartapecorita e le rughe intorno agli occhi: – Uno squalo bianco – disse – Ce ne sono sempre di più: entrano nel Mediterraneo seguendo le navi dal canale di Suez e sono giganteschi. Mica c’erano dieci anni fa. –
Io pensai al corallaro appeso alla corda come l’esca a un amo, che guardava lo squalo grosso come un furgone avvicinarsi pigramente.
– Di solito quando nuotano così in superficie non mangiano, per fortuna. – Così aveva detto il mozzo.
Nel frattempo i corallari erano risaliti di qualche metro. Quello che possedeva la camera di decompressione gonfiò un pallone legato al polso per risalire a tutta velocità e infilarsi in quella specie di bara trasparente, dove fu prontamente riportato a 6 atmosfere. Sembrava molto malato e si rannicchiò addormentandosi sotto una spessa coperta, all’asciutto. Noi continuammo ad assistere gli altri con le bombole e l’acqua calda.
Quando arrivarono a trenta metri di profondità, una lavagnetta disse: LIBRO, e una maschera con lenti da vista e un Giallo Mondadori furono gettati in acqua legati al solito sasso. Indossai la mia maschera e misi la faccia in acqua: ora potevo scorgere il mio amico corallaro miope, con la corda attorcigliata intorno alla caviglia, che fluttuava semisdraiato e leggeva approfittando della visibilità di quel mare così limpido. Quando finiva una pagina la strappava e questa si allontanava verso gli abissi nuotando lenta. Chissà dove finiva.
L’ultima decompressione a tre metri fu la più estenuante: mentre il corallaro nella camera iperbarica adesso poteva ascoltare musica da un walkman, senza che questo fosse frantumato dalla pressione, quelli ancora sott’acqua sembravano alghe moribonde in balia delle correnti. Quando li issammo in barca erano pallidissimi e non parlavano. Rientrammo nel primo pomeriggio e loro andarono a riposarsi, prima di passare per la gazzosa al bar e per quella mezz’ora di vita sociale sulla terra a compiacersi della gravità e dell’aria leggera.
Visto che avevo superato l’esame da mozzo e avevo i il mio bel brevetto da sommozzatore, conquistato con un corso alla piscina comunale, i corallari quell’estate mi fecero un altro regalo: mi fornirono l’attrezzatura e mi portarono a fare un’immersione in una buca profonda 50 metri. Ricordo la mia discesa lenta a soffiare nel naso tappato dalle dita per cercare di salvare i miei timpani dalla pressione, e il mio amico corallaro miope che controllava la mia immersione osservandomi dalla barca, la cui chiglia, 40 metri più su, era ancora perfettamente visibile e sembrava appoggiata sul vetro. Cercai di fargli un cenno come per dire O.K. ma forse mi mossi in modo goffo: lui subito prese un sasso, e in costume da bagno e senza pinne, scese come un proiettile, in apnea. Arrivato alla mia profondità lasciò andare il sasso e iniziò a nuotarmi intorno, sistemando la mia attrezzatura, controllando le manopole sulla mia schiena e guardandomi bene negli occhi, mentre io gorgogliavo come un mantice inceppato. Mi sembrò un’operazione lunghissima e sentivo crescere l’ansia a ogni secondo che passava, ma lui sembrava assolutamente a suo agio. Lo guardai risalire tranquillo verso la superficie: io intabarrata come un astronauta, lui che sembrava un pesciolino con gli occhi grandi. Sarebbe morto di lì a un mese a soli tre metri di profondità, a causa di un mozzo distratto: aveva chiesto il cambio bombola e il mozzo l’aveva calata senza guardare; la bombola probabilmente lo aveva colpito alla testa, un colpo leggero ma sufficiente per farlo svenire, e lui era annegato, così. Quando lo ricordo risalire senza fretta verso la superficie azzurra mi chiedo perché mai sia dovuta andare in questo modo e mi pare una cosa assurda e irrispettosa.
Nella fossa col fondo piatto la visibilità era perfetta: intorno a noi c’erano pareti nere e bucate da cui spuntavano decine di chele e baffi. Il corallaro che mi accompagnava non esitò a infilare le mani nude in una delle buche e a tirarne fuori un astice recalcitrante, che sarebbe stato il condimento dei nostri prossimi spaghetti. Avrei voluto chiedergli di lasciarlo andare ma non potevo parlare e soprattutto sarebbe servito a poco, presumo. I pesci, curiosi e per nulla intimoriti, si avvicinavano e poggiavano la bocca sul vetro della mia maschera, come a dare dei piccoli baci. Alcuni si lasciavano toccare, scivolando via languidi per poi tornare a strusciarsi, come gatti. Erano affascinati dalle bolle che uscivano dai nostri boccagli e si davano il turno a sbocconcellarle.
Trovammo anche un piccolo pezzo di corallo rosso, sfuggito inutilmente per qualche tempo e cresciuto di nascosto, sotto una roccia.
L’ho ributtato in mare ed è affondato in fretta tra gli scogli, quelli alla fine della spiaggia grande di Isola Rossa.


AMOR BORGHESE

Amò, io ti amo ma questa cosa devi sforzarti di capirla: se uno va con un altro non è assolutamente una cosa fatta contro il partner di turno: è una cosa che fa per sé, perché ne ha bisogno per sé stesso. Se l’altro si arrabbia è un problema suo: probabilmente ha delle dinamiche irrisolte nell’infanzia. E se uno è sempre in cerca di qualcosa di nuovo si vede che ne ha bisogno: non è contro nessun altro. Per farti un esempio, è come quando uno va nei negozi e cerca una giacca nuova: mica lo fa contro le giacche che ha già.
Io te lo dico senza problemi che ho sbagliato: sono venuta con te non tanto perché mi piacevi, ma perché avevo bisogno di distrarmi dal mio ex, e quando hai strillato che volevi la fedeltà, io mi sono sentita in colpa perché continuavo a vederlo, e così ho smesso, pensando che quella cosa fosse contro di te, ingiusta in qualche modo.
E invece ho fatto male, perché poi quello che mi mancava da lui, lo cercavo da te, e ti ho stressato. E ti ho anche stressato in generale, perché non capivo che tu mi dicevi di volermi dare dell’affetto, ma in realtà non me le potevi dare, però ti dispiaceva dirmelo. Mi sono sentita imbrogliata e invece tu veramente volevi che me lo cercassi da altre persone. In fondo una relazione si basa sulle cose che si hanno in comune, ma anche sulle diversità, anche quelle degli altri.
Io non ero ancora pronta a capire questo, e mi rendo conto che ho mancato un’occasione di te e me come una coppia davvero speciale, come ci riescono in pochi: una coppia con un multitasking della madonna.
Però la ragione non sta tutta da una parte: anche tu hai i tuoi torti, perché non sembravi per niente su questa direzione all’inizio, e questo ha un po’ confuso le cose, ma era un’altra fase, come poi hai detto tu.
Io da giugno quindi ho ricominciato a dormire una volta a settimana col mio ex, di solito il martedì o il mercoledì, che sono i giorni in cui non ci vediamo: l’ho fatto perché così se vuoi vedermi nel weekend non c’è nessun problema e puoi venire quando vuoi. Voglio che tu sappia tutto, non voglio nasconderti nulla di ciò che è lecito, perché non c’è niente di male, non è una cosa CONTRO di te, e non ti toglie assolutamente nulla: è solo un fatto di socialità, perché ho bisogno di incontrare persone nuove e anche usate, ma comunque diverse.
Tu stesso mi avevi detto che se io e te fossimo rimasti solo amici, lo scambio si sarebbe ridotto, e certe cose da te non le avrei più avute, ricordi? Allora io avevo fatto la stupidaggine di volere costruire tra me e te un’intimità fisica speciale, ma solo perché credevo che tu volessi così, e il risultato è stato che tu ti sei dovuto sfogare in altro modo, e mi dispiace, è stata colpa mia: se tu avessi voluto costruire un’intimità fisica speciale con me lo avresti detto, e siccome invece tu non me l’avevi detto, io dovevo arrivarci che se non me l’avevi detto c’era un motivo.
Ora il mio ex è un po’ furibondo perché vengo sempre in vacanza con te, ma è un problema suo, se voleva venirci lui doveva darmi quello di cui avevo bisogno quando stavo con lui, ma siccome ha scelto liberamente di non darmelo e io ho rispettato la cosa, ora lui deve rispettare che io vado in vacanza con un altro, anche perché non è una cosa che faccio contro di lui.
Siccome però tu, come giustamente affermi, sei libero di cambiare idea, e se lo fai non è certo contro di me, e se io dico all’ex che prenda un aereo all’ultimo momento per capodanno non lo faccio contro di te, perché tu puoi scegliere se vuoi venirci o meno, perché sei il mio fidanzato e quindi hai la precedenza: scegli liberamente.
Anche perché io ci devo pensare a questa cosa, dell’ex: non vorrei che si compromettessero degli equilibri tra me e lui e non vorrei imporgli assolutamente niente e non voglio essere oppressa da eventuali ricatti tipo: “Ora che sono qui però non attaccarti a internet in cerca di gente proprio adesso”, che comprometterebbero la mia socialità, su cui siamo molto diversi: a me piace incontrare viaggiatori single che fanno un sacco di cose, mentre lui è meno sociale.
Questo è anche un motivo per cui non possiamo veramente stare insieme, siamo molto diversi e non ci capiamo.
Me lo ha confermato anche la mia analista e un mio amico che ha appena fatto il giro del mondo di un anno con la sua ragazza, ma poi l’ha lasciata perché non è un tipo da rapporti stretti e non crede nell’amore duraturo. A lui piace andare in vacanza viaggiando in treno, non è uno bello fisicamente ma questo non c’entra, possono piacere anche i brutti, dipende. È affascinante, è un’altra cosa.
Comunque io sono innamorata di te, e quando sono innamorata ho delle regole morali rigidissime: figurati se per un’avventura con questo mi metto nei casini. O nasce una cosa seria o piuttosto vado con l’ex che almeno ora non rompe e ha imparato a comportarsi come fosse uno sposato con un’altra, che quelli non so perché non mi è mai riuscito di trovarmene uno, sarà che ho la faccia da brava ragazza e tutti vogliono una storia seria e così poi succedono casini e io mi sento in colpa e non è giusto, perché io non ho fatto niente di male.
Insomma volevo chiederti scusa se all’inizio ho fatto qualche scena di gelosia per delle tue frasi che secondo me erano chiaramente riferite a delle tue ex e se tu dici di no, è un’opinione tua, e quindi la rispetto, ma io la penso diversamente. Comunque quella era la fase della seduzione e tutti fanno delle cose così, non è veramente il caso di basarsi su quello in una relazione, perché qualunque cosa succeda, la fase passionale lo sai che dura tre mesi: c’è scritto anche su Wikipedia.
Adesso siamo in un’altra fase e dobbiamo capire se veramente ci piacciamo e se ha senso investire nell’altro. Io sono aperta a tutte le proposte. L’importante è che non ci chiudiamo su noi stessi come coppia. Se vuoi possiamo cercarci qualcuno su internet insieme, oppure ognuno per conto proprio: in una coppia non è necessario e non è sano avere troppe attività in comune. Se poi però quello con cui vorrei incontrami per uno scambio culturale non ti va bene e anche solo alzi un sopracciglio, beh allora io alzo il dito e ti dico che mi stai opprimendo e ti chiedo se puoi cambiare tono e anche sopracciglio. Sennò io non so più cosa fare e alzo le braccia, perché lo so che tu dici che non mi hai mai tradito fisicamente, ma io non credo nella reciprocità, e poi io non ti ho mai tradito col pensiero e invece secondo me tu sì, ed è il pensiero quello che conta.


HALLOWEEN

Il mio gatto è nero, è alto mezzo metro, pesa dieci chili e aveva nove vite.
Questa è l’ultima, e se insiste a passarla facendosi le unghie sulle scarpe di chiunque, sarà una vita breve.
Nelle vite precedenti ha vagato silenzioso per le stanze di antichi castelli stregati, con porte dai cardini arrugginiti.
Lui, ora che vive in un appartamento riscaldato e privo di mistero, passa il tempo a rievocare i suoni sinistri del suo oscuro passato: per esempio passeggia in salotto tutto solo e fa il verso del cardine di una vecchia persiana lasciata in balia del vento.
Se mi passa accanto e mi vede, si ferma, mi fissa e cigola come un cardine bloccato bisognoso d’intervento. Se ha fame, gli scatta l’urlo rabbioso del cardine che cede sotto i colpi d’ariete dell’invasore.
Ma io gli punto un dito e dico NO!
Lui allora fissa il mio dito, che potrebbe mangiarsi in un boccone, e apre contrito una piccola vecchia porta, con un piccolo cardine interrogativo.
Io gli spiego che è a dieta, che quella cosa che gli pende dal giro vita è ciccia che non promette niente di buono, così ha detto il veterinario, e siamo tutti stufi che lui invece finga di averci un marsupio lì sotto, dove terrebbe gli attrezzi da pesca e i guantini in caso di neve improvvisa. Non ci crede più nessuno.
È un discorso lungo, ma soprattutto vagamente offensivo per i suoi gusti: io parlo e lui fissa sdegnato il muro. Sospende momentaneamente le rimembranze e si mette a imitare il tono petulante della mia voce, intercalandomi.
Forse in una vita precedente è stato anche merlo indiano.
Lo scherzo più crudele me l’ ha fatto agli inizi, quando entravo e uscivo dalla porta di casa: ci ho sprecato un’intera bomboletta di spray lubrificante prima di rendermi conto del suo perfetto tempismo.
Ma stanotte è la notte delle streghe: lui mi salta in braccio, incrinandomi una costola, socchiude gli occhi verdi e mi guarda come se ci riconoscessimo in segreto. Fa le fusa. Anche questo è un suono antico, di macine di pietra nei cortili.
Almeno due, direi.


MIO PADRE

– Ho i peli sensibili, patalucco di un moscerino! – Dice mio padre dando una gran pacca al zanzarino dei mirtilli che si era posato sulla sua gamba.
Io rido, lui è molto serio: sai quanto sono sensibili i peli?
D’altronde ne ha un sacco, forse sono un organo di senso come le vibrisse.
Sta separando le foglie dai mirtilli con un metodo che ha inventato lui: mette tutto sopra un vassoio che ha inclinato appena appena, appoggiandolo su una torre di presine; i mirtilli rotolano in quanto tondi e le foglie restano dove sono. Ha pulito così anche un grosso barattolo di “grive”, che assieme ai mirtilli è andato a raccogliere in uno di quei posti dove si avventurano soltanto lui e lo Yeti.
La settimana scorsa invece era andato al lago montano di non so dove, a sfatare la fifa, perché un mese fa era lì a pescare, ma c’erano dei pirla che gli spaventavano le trote, allora lui si è messo più in basso, è salito su una pietra, la trota ha abboccato, lui ha tirato, si è un po’ sbilanciato, la pietra si è inclinata e gli ha intrappolato una caviglia. Lui è caduto di lato battendo la coscia su un’altra pietra, appuntita, e si è anche tagliato una mano: sangue dappertutto.
Siccome c’erano cinque gradi e lui non aveva sensibilità alle mani e la gamba gli faceva un male cane, ha pensato di chiamare aiuto almeno per disincastrarsi, ma poi no: che figura ci faceva? Ci ha messo un po’ ed è arrancato a riva. Pensava di essersi rotto il femore, ma siccome invece stava in piedi, ha solo impiegato un quarto d’ora ad aprire la zip dello zaino con le dita gelate per mettersi un cerotto e poi si è incamminato lungo la via del ritorno. La gamba però gli faceva malissimo, ci ha messo cinque ore invece delle solite due. Ha zoppicato per settimane e gli hanno anche fatto un’ecografia al muscolo, visto l’ematoma. Niente.
È di gomma. L’anno scorso è caduto di faccia dalla bici, gli hanno dato dei punti, il dentista ha dovuto raddrizzargli un ponte e non si è rotto niente.
Poi mia madre deve farci la marmellata con i mirtilli, senza zucchero, con il dolcificante Pick.
Fuori in veranda c’è la gatta Briciola, che è un siamese incrociato con un pesce martello. Ha un muso piatto e squadrato, con i canini che spuntano draculeschi. È dei vicini, ma ha sempre fame e miagola in continuazione, come se parlasse. Mangia dalla ciotola “ospiti” che i miei genitori le hanno messo fuori e non osa entrare perché sa che la manderebbero via: è una gatta tanto socievole con gli umani ma se la prende con la povera Minù, che ha 16 anni, è siamese anche lei, vecchia, scheletrica e con l’espressione assolutamente incarognita.
Minù è il micio di casa: grossa come una talpa, ha la testa perfettamente rotonda e un naso così piccolo che sembra di plastica. Beve acqua esclusivamente dal rubinetto del bidet.
Poi c’è Pongo, un gatto rosso con la coda a pennacchio, che lui fa vibrare come un’antenna. È sempre dei vicini, ma anche lui preferisce il ristorante ‘de Michelis: cibo più vario e a volte persino trote fresche.
Pongo a momenti finiva come sua madre: ammazzato dai cani di un altro vicino. L’hanno recuperato in extremis che giaceva in una pozzanghera: ha fatto una settimana d’ospedale. I piccoli di gazza che erano nati nella cassetta per le lettere del signor Bruno invece sono annegati davvero, sempre per via della pioggia forte di quest’anno.
Così mio padre è partito con gli attrezzi e un’idea delle sue, pratica e bizzarra, per modificare la cassetta e impedire un’altra tragedia a primavera. Perché qui, ai piedi di un piccolo monte che in cima ha un monumento che sembra uno stappa bottiglie, la vita è ancora un po’ antica e la morte frequente come la vita, ma a volte dura persino di più. Mio padre la sfida da sempre, correndo in bici e sugli sci a rotelle lungo le statali, tra il fosso e i camion, saltando su pietre limacciose con gli scarponi del 56′, correndo come un pazzo su automobili scassate.
Ogni volta che mi accompagna in Stazione e fa il pelo a tutti- frena di botto all’ultimo momento perché secondo lui quello davanti doveva andare, tira le marce fino a farmi venire i capelli dritti perché il Diesel ha le marce lunghe, fa battere il motore in testa perché “questo” nuovo Diesel ha le marce corte – mi viene un attacco terribile di pazzia e vorrei riempirlo di botte, o in caso d’impossibilità, uccidermi subito sganciando una bomba, del tipo di quelle che gli agenti segreti portano nascoste nei molari in caso di emergenza.
Quando arriviamo in Stazione lui mi deposita e poi parte alla ricerca di un parcheggio in divieto di sosta sicuro: prende una multa ogni tre giorni e quando è passato col rosso ha costretto mio fratello a sobbarcarsi la responsabilità, perché lui, oltre ad avere esaurito i punti, aveva anche la patente scaduta da un anno.
Gliela hanno rinnovata, figurarsi: ha 11 decimi per occhio. Vede anche dietro le sue spalle. Si aggira per i binari di Porta Susa controllando ogni movimento, ogni persona strana e ogni bullone svitato. Da lontano sembra un grillo in braghette, magro com’è, con le gambe snelle e un bulbetto di pancetta tonda, le mani dietro la schiena e qualche capello bianco che sta dritto come un’antennina.
Poi lo guardo negli occhi che brillano del colore dell’acciaio e mi ricordo che la mia ribellione letteraria è cominciata da lì: in quell’azzurro di stoviglie sfido chiunque a trovarci qualcosa di quieto e sottomesso. Io quella poesia là non l’ho mai capita, forse si riferiva a una paralitica: questo signore, che trapana qualunque cosa con lo sguardo, ha l’agilità e lo scatto di un centometrista, e se ti tira un ceffone te ne accorgi solo dal bruciore della guancia e dal ronzio delle orecchie. Deve avere i piedi ammortizzati, non lo senti mai arrivare. Come se non bastasse, può tirarti un sasso in fronte da cento metri e non sbagliare mai. Avrebbero dovuto reclutarlo nel Mossad.
Sta perdendo colpi però: ieri si era messo a tirare giù fichi dalla pianta e me li lanciava sul balcone, a raffica e senza quasi guardare, come sempre. Si fida, sono una sua recluta, la migliore. Non si è neppure preoccupato che li schiacciassi nel prenderli: me li tira con l’effetto, così io li prendo assecondando la rotazione senza romperli.
Il problema è che io manco di un allenamento costante, visto che conosco solo lui che fa queste cose, e per giunta invecchio, in proporzione più veloce. Così ho mancato un fico, che si è spatasciato contro il muro di casa, e data la velocità che aveva, anche con gran botto. Un brivido di terrore mi ha percorso la schiena: per una cosa così, papino è capace di darmi della deficiente tutto il giorno. Ma lui non si è girato: sta diventando sordo. E io mi sono salvata concludendo la nostra esibizione senza insulti, e come da regola, senza complimenti. Mia madre ha cancellato velocemente ogni traccia.
Poi lui, come sempre, si è sporto troppo dalla scala centenaria, di recupero, con alcune modifiche di sua invenzione, e ha perso l’equilibrio: per me questo è stato uno spettacolo inaudito.
Quando ha capito che stava andando, ha spiccato un balzo e si è appeso a un ramo, che si è spezzato dandogli il tempo di passare a un altro, come Tarzan. Si è spezzato anche quello ma era più basso e lui è finalmente potuto atterrare, come un paracadutista.
Io dal balcone, lontana, ho potuto soltanto guardarlo in faccia: avesse cambiato espressione un solo secondo. È tornato in casa togliendosi alcune schegge dalle mani.


QUANDO C’ERA BERLINGUER

Padova, cinema Astra di Via Tiziano Aspetti, Venerdì 28 Marzo 2014. Ci sono proprio tutti: un ragazzo che chiede firme per la liberalizzazione dell’informazione televisiva, tre carabinieri imbarazzati, quattrocento nostalgici over cinquanta, con i capelli bianchi ancora arruffati e le pipe piantate nelle barbe lunghe.
I posti non bastano e molti restano in piedi, a guardar parlare il segretario Bettin, il sindaco-ministro Zanonato, il sindaco reggente Ivo Rossi.
Walter Veltroni aspetta quieto il suo turno, con le mani dietro la schiena e l’espressione assente negli occhiali grandi.
Una serata in sordina, non lo sapeva quasi nessuno. Eppure questa è la città che in Piazza della Frutta, il 7 Giugno 1984, gridò: “Basta! Basta!”, cercando di fermare lo spettacolo biblico e spaventoso di un uomo che comandava la morte, imponendole di lasciargli il tempo di finire ciò che aveva iniziato: un discorso.
Berlinguer moriva qui a Padova, nella città più politicizzata d’Italia, in diretta televisiva.
Io non me lo ricordavo: arrivai tre mesi dopo per iniziare l’università, e a Piazza della Frutta d’importante ci trovai il banchetto delle ostriche e il prosecco del Bar degli Osei.
Venivo dalla periferia di Torino, dove le faide tra meridionali e le risse in discoteca a colpi di catena erano più attuali delle lotte di classe. Della marcia dei colletti bianchi ricordo soltanto che il pullman fu bloccato a Mirafiori, all’altezza di Corso Unione Sovietica, e dovemmo raggiungere la scuola facendo lo slalom tra i palazzi di via Artom*, dove gli spacciatori spesso sparavano dai balconi alle auto della polizia.
Adesso sono qui: questa città oramai non è più mia e salutarla così, ritrovando un po’ di tizi vintage, di quelli che al mio primo anno di università si aggiravano sparuti e fuoricorso con l’eschimo e l’aria perennemente polemica, mi è sembrata una buona idea, così come quella di guardarmi un documentario che temo essere un po’ palloso, ma culturale.
Sono preparata a una certa retorica e a nozioni che riempiranno i miei gravi buchi di conoscenza: appartengo a una generazione più giovane di quella di Veltroni, appena sfiorata dall’ultimo vento degli Anni Settanta, che per noi odorava di armadio vecchio. Poi erano arrivati i vestiti firmati e ci eravamo precipitati a Berlino a bere la vodka dell’Est per festeggiare il crollo del muro. Poi c’era stato quel videogame mozzafiato in televisione, la Guerra del Golfo: il capitano Cocciolone pilotava un Tornado e il filmato che lo mostra prigioniero dei nemici, gonfio di botte e ammanettato, mentre ripete eroico: “My name is Maurizio Cocciolone…”, beh, io me lo ricordo come se fosse ieri, molto più nitido di quei filmati quasi in bianco e nero di prima, con tutta quella gente gambizzata ogni giorno al telegiornale, che non faceva più notizia ed era tutta uguale, grigia, vecchia, magra, con i vestiti larghi, appesi alle ossa, proprio come sta dicendo Jovanotti.
A proposito, Walter, che ci fa Jovanotti nel tuo film? Lui ha la mia età: era quel pirla che cantava “Guarda mamma come mi diverto”. Perché adesso sta dicendo quelle cose così ispirate che quasi sembrano di Pasolini e tu piazzi proprio due fotogrammi di un Pasolini con gli zigomi che gli bucano la faccia e il vento di una spiaggia che gli fa sventolare i vestiti larghi, mentre citi le sue Lettere Corsare? Va bene che qualcosa di cinema sai, ma la scena della piazza e della macchina da presa che sale dietro le statue è già stata un colpo basso: questo documentario doveva essere una memoria storica, che intenzioni hai?
Chi sono quei ragazzini con lo sguardo ipnotizzato seduti in sala a mio fianco? Li noto solo ora. Così come soltanto adesso mi accorgo che quell’uomo, Berlinguer, che in televisione fece da sfondo alle mie mille minestre col Formaggino Mio, parlava un italiano perfettamente trascrivibile, ed era capace di esprimere 20 concetti chiari, coerenti e completi in sole 30 parole.
Ferma il film e fammi un rewind: dice troppa roba tutta insieme, non riesco a stargli dietro. E anche gli altri, veramente, adesso che li ascolto, persino i tuoi intervistati, Walter: come diavolo parlano? Davvero qualcuno ai tempi era in grado di capire questo linguaggio così denso di pensiero? Oggi siamo al 40% di analfabetismo funzionale e tu vuoi farmi credere che io allora consideravo questo modo di esprimersi normale e che gli operai si leggevano quei carteggi pubblicati dai giornali, quelle lotte di fioretto verbale tra persone coltissime?
A che punto della storia si è persa, esattamente, questa capacità di parlare in modo così forte e intenso e di pensare di conseguenza nello stesso modo? Io, che ho imparato che si devono scrivere almeno tre righe prima di piazzare un concetto blando, servendolo anche a tradimento, altrimenti cala l’audience, vorrei sapere: come riuscivano costoro, che fanno sembrare i discorsi dei politici attuali quelli di un ragazzetto confuso, a tenere l’audience così alta da inchiodare migliaia di persone in una piazza, zitte e senza neanche una birra?
Questo film mi lascia ammaccata, a pensare con orrore a quanto ci siamo rincoglioniti; come zombie vaghiamo tra lettini e ombrelloni, senza altro che un medioevo di fotografie da mostraci a vicenda.
Non mi stupiscono l’indifferenza e le poche recensioni che criticano le inezie: altro non riusciamo più a vedere e Walter Veltroni, sia detto, non assomiglia per niente all’ultimo dei Mohicani.
Ma a guardarlo bene, mi domando se quest’uomo non abbia invece, con mossa inaspettata, sganciato nello spazio l’ultima capsula con il Dna di una civiltà morente, nella speranza che un giorno qualcun altro la possa far rinascere.
La luce negli occhi improvvisamente giovanissimi di Napolitano che si commuove, dicendo con foga “È stato il senso di tutta una vita”, potrebbe essere neve fresca, servita su piatti d’argento, a ragazzi che ora muoiono di sete nel deserto di quest’epoca, senza neppure il ricordo di una rivoluzione.
Spero che questo film circoli virale, che non venga affossato dai mediocri spaventati, perché è una mazzata da prendere a spalle curve, almeno una volta. Con la vergogna, il rimpianto e la speranza che almeno qualcuno, che non fummo noi, senza più smarrire la conquista, in futuro, poi.

Sulla situazione di degrado sociale della zona di Via Artom negli anni ’80, fu girato un film dal titolo “La ragazza di Via Milellire”, che divise la critica e scatenò molte polemiche.


STORIA DI ASTIPALEA SECONDO I GATTI

(Astypalea, Astypalàia e, in italiano, Stampalia o Stampaglia, è un’isola greca del Dodecaneso, che nel corso dei secoli fu occupata e conquistata da popoli diversi, tra cui i micenei, i romani, i bizantini, i veneziani, i turchi, gli italiani e gli inglesi, fino a essere annessa alla Grecia dopo la seconda Guerra Mondiale. 
I nomi dei protagonisti di questo racconto si rifanno ai diversi nomi che furono dati all’isola e ai nomi di chi si è reso protagonista di particolari fatti storici lì accaduti: la “grotta del Negro” è una caverna che fu probabilmente usata come rifugio da un pirata saraceno nel 1300 circa, e Bisson fu il comandante francese della nave Panayoti, fatta esplodere da lui stesso in difesa dell’isola, nel 1827.
I gatti che oggi abitano le isole greche sono i discendenti di quelli che provenivano soprattutto da Egitto e Medio Oriente, imbarcati sulle navi mercantili per tenere a bada i topi. Alcuni esami genetici hanno inoltre rivelato che alcuni discendono in modo piuttosto diretto dal gatto preistorico di Cipro.)

– Stampaglio, te di dov’è che vieni già? –
– Dall’Itaglia, quante volte te lo devo dire. Un incrociatore ha portato qui i miei nonni, nella Prima Guerra Mondiale. –
– Ma Roma, non è in Itaglia? Perché allora Ichtioessan* c’ha un nome che non suona italiano per niente?
– E daje. Perché so’ romano antico d’origgine: a me m’hanno ammollato qua prima, ma moorto prima. Comunque a te che ti frega? A Pyrra*, e piantala di metterti sempre di profilo, fatti guardà negli occhi quando parli, almeno in quello buono. Sempre in posa con le zampe unite, stai. –
– Non ci poffo fare niente, è genetico: i miei antenati hanno dei belliffimi ritratti in Egitto e ftavano fempre in quefta pofizione qua. –
– Eh, si vede che non faceva così caldo. C’ho fame. Qualcuno ha visto un serpente, una biscia, anche un verme piccolo, magari? –
– Macché. –
– Pile*, ti ricordi quando ci stavano tutti quei grassi pennuti? –
– No, non me lo ricordo: era tremila anni fa e la mia famiglia stava ancora in Turchia. –
– Arrivavano d’inverno, si mangiavano i serpenti, noi mangiavamo loro… erano bei tempi. –
– Ve li siete mangiati tutti, assassini! Avete estinto una razza animale! –
– Senti Megara*, vai a mangiare crocchette, va’. E prova un po’ a telefonare alla tua mamma ad Atene: dille che sei dimagrita molto da quando ti ha abbandonato qua, arf! arf! arf! Non li abbiamo estinti noi: con un pennuto ci facevamo la stagione. Non sono più atterrati loro, dopo avere estinto i serpenti: tutti se li sono mangiati, che tornano a fare? –
– Ma a te chi te l’ha detto? –
– Il gatto di Aristotele, me l’ha detto: uno preciso, tutto razionale. –
– Continuo ad avere fame. –
– Ieri Stampa ha quasi stampato un passerotto: poi, era così magro poveraccio, che l’ha portato a mangiare le patate fritte al bidone della spazzatura del porto. Non si mangia male, là. –
– Mah, troppo untoh. A me m’è venuta la forfora a furia di mangiare quella roba. Mettici anche la salsedine, non ne esco vivo: c’ho il pelo delicatoh. –
– Com’era bello quando c’erano le lepri, anche se correvano troppo veloci: erano così tante, bastava aspettare che qualcuna inciampasse. Ti ricordi Istambulyo, quando i nonni di Itchi hanno fatto branco con alcuni gatti del Castello e si sono messi a cacciare insieme come i leoni? –
– Eccome che me lo ricordo: quelli ERANO leoni. Gatti alti come cani, una razza superiore. Quelli si mangiavano una lepre intera per colazione. –
– Buoni quelli, che poi gli umani erano andati a lamentarsi dall”Oracolo di Delfi per i danni all’agricoltura e quello gli ha detto: “Prendete i cani e cacciate”. Ma ti pare una cosa che dovrebbe dire un oracolo? Manco più l’ombra di una lepre adesso e quei cagnacci arroganti, rumorosi e puzzolenti –
– E dai, poveracci, sono sempre legati –
– Eh, ma quando non ti sai fare gli affari tuoi e cacci sempre il naso nel deretano di chiunque, succede eh? Comunque, tu che peschi: sei stato su qualche isola nuova di recente? –
– Si, in barca. Su una delle 98 qui intorno, ma non ricordo il nome. Non c’è niente, niente. Solo lucertole indigeste che ti fanno venire l’acidità. Che poi se ti abbandonano sull’atollo sbagliato, capace pure che affonda col primo terremoto. Bah. –
– Beh, anca qui xé acqua alta ogni tanto. –
– Ma smettilaaa Astineo*, l’ultima volta che c’è stata l’acqua alta qui era il ’56 e si chiamava Tsunami. Che ne sai tu, non sei mica veneziano davvero: ti hanno portato qui da Mykonos per ripopolare l’area. Solo che poi, la tua Venessia, ha richiamato tutti indietro e ti hanno mollato qui, ehehe. –
– Già, ma quand’è che ripassa una nave del Querini? Sbarcavano certe gatte tutte pizzi e fiocchetti, c’era un gran bel giro. –
– Mah, sì, in teoria. Solo che quelle si credevano di essere in villeggiatura e finivano tutte tra le zampe del Negro”. –
– Non dire quella parola che non sta bene. –
– Così si chiama, Bisson, non metterti a fare francesismi, che poi si attacca a discutere e sai già come va a finire: booooom. Ahahaha! –
– Taci, siamo scappati appena il tempo dalla nave quella volta. Ma il Negro, a proposito, è sempre là nella caverna o se lo sono mangiato i corvi? –
– Sta llà, sta llà: sta a guardia del forziere del pirata. –
– Ma se è vuoto! –
– Sì ma ci dorme dentro quando c’è umido. E poi si diverte a portarci tutte le ossa che trova, così i turisti s’impressionano e pensano che si tratti di qualche macabro rituale del pirata e gli danno da mangiare. Sta in forma, lui. –
– Ma le teste mancanti dei tre scheletri umani nella grotta, se l’è davvero mangiate lui, secondo voi? –
– Boh, potrebbe: grosso è grosso, e ai tempi del pirata non c’era nessuno, manco un bidone della spazzatura… –
– Sentite ma quand’è che andiamo allo sbarco dei traghetti a miagolare? Era bello, ogni tanto c’era pure qualcuno che ti faceva una carezza. Una volta una ragazza carina s’è portata via uno giovane; non credo che l’abbia mangiato. Magari adesso quello sta su un divano comodo in qualche casa senza vento e mangia bene… –
– See, e dorme tutto il giorno perché tanto non può uscire. Io l’ho fatta quella vita lì. Puah! Poi ti mollano sempre e ti viene la depressione e muori persino. Ti ricordi quel gatto del nord? Non ce l’ha fatta poveraccio, gli mancava il suo cuscino kingsize, piangeva sempre e non voleva mangiare. –
– Già. Son cose brutte. –
– Comunque ai traghetti non si può più: li hanno messi alle tre di notte e a me a quell’ora se sto in giro mi vengono le occhiaie. –
– Sai che si fa? Si va dal Rosso, quello che abita nel campo con la capra e gli si parla in caprese. Eh? –
– Ah sì, quello col campanello al collo. Lui e la capra, bella coppia. Puzzano tutti e due uguale. Ma cosa mangia: sale grosso? –
– Niente mangia. Non l’hai visto? Cerca di brucare l’erba.-
– Stamose qua tranquilli sulla scala, ragazzi: guarda che tramonto. Se ti metti contro vento ti soffia via le pulci. È una bella vita in fondo, anche se dura poco.

*Ichtioessan: nome dato all’isola dai Romani, che significava “Pescosa”.
* Pyrra o Pyro: nome probabilmente bizantino che significava “Infuocata”.
* Pile: nome probabilmente persiano.
* Megara: divinità mitologica che avrebbe partecipato alla creazione dell’isola.
* Astinea: nome veneziano dell’isola prima della sua acquisizione da parte dei nobili Querini.


PANAMA, ISLA CONTADORA

Panoramica isola Contadora a PanamaA un paio di ore di traghetto da Panama o a 20 minuti di volo in aerotaxi, c’è un’isola di pochi chilometri quadrati dove gli spagnoli un tempo contavano le perle prima di spedirle in Europa, e dove ora i ricchi panamensi si trasferiscono per il weekend, servitù e viveri al seguito.
Le case lussuose e nascoste nella ricca vegetazione sono visibili soltanto dal mare, perché la strada che porterebbe alle numerose piccole baie su cui sono costruite, finisce sempre sul cancello del loro viale d’ingresso.
Lì Julio Iglesias pare avesse comprato una villa, una volta. Forse gli piaceva l’idea degli antenati corsari o forse era venuto a tenere compagnia all’ultimo Scià di Persia che lì finì la sua vita da esiliato.
Le poche spiagge di libero accesso sono belle: sabbia bianca, acqua trasparente, mare calmo e all’orizzonte, in stagione giusta, enormi balene di passaggio.
Le stradine curate sono attraversate principalmente da golf car, mountain bike e arroganti scoiattoli.
È un’isola per il quieto ritiro dalle strade intasate di Panama: ci sono due bar, un albergo con ristorante, un piccolo negozio di beni di prima necessità e, naturalmente, la pizzeria di un romagnolo verace. Siamo arrivati anche lì, portando i nostri tavolini tondi con le tovaglie bianche e candelabro attaccato, i gamberi e gli zucchini, l’olietto al tartufo, e tutto ciò che di delizioso si riesce ad arrangiare con i pochi e selezionati ingredienti freschi che solo un italiano sa scovare, anche sulla luna. Prenotando per tempo, un piatto di linguine al dente e pomodori pachino si può sempre avere, a patto che il cuoco non debba preparare la cena a domicilio per una festa in villa. Anche il catering fa.
La sua pizza da asporto costa più di venti dollari, ma non si lamenta nessuno: non c’è concorrenza ed è l’unico posto amichevole e vivace di tutta l’isola.
A due chilometri di distanza invece c’è la baracca dei locali: tetto di plastica, tavoli scassati e televisore sempre sintonizzato sulle interferenze. Il menù è uguale a se stesso da generazioni e non tradisce mai: riso e fagioli, pollo fritto, banane tostate. Qualche sorriso di cortesia, ma tanta stanchezza e un po’ di ritrosia verso i turisti che vanno a fare il “safari” proprio dove a fine giornata i locali vorrebbero forse stare tra loro, senza quelli che ordinano la riparazione di una finestra, il taglio del prato o il caffè ristretto in tazza grande con zucchero di canna e bicchiere di acqua minerale naturale a temperatura ambiente a parte, ma portato nello stesso momento.
Eppure un’isola, per quanto piccola sia, nasconde sempre un tesoro: vicino alla pista degli aerotaxi, che inizia e finisce a picco sul mare, c’è una bella spiaggia dorata e un grandioso residence fantasma: i lussuosi bungalow di legno costruiti su pali pencolano come grossi funghi marci, mentre la pista da ballo all’aperto si sgretola disperdendo specchietti e piastrelle ad ogni mareggiata. La vegetazione cresce avvitandosi sui tondelli di ferro arrugginiti che sbucano urlanti dai blocchi di cemento crepati. In fondo alla baia c’è una nave di ferro incagliata, abitata da alcuni africani manovali del luogo: il generatore a gasolio, che fanno girare giorno e notte, fa il rumore di un mercantile in avaria.
Narra la leggenda che questa spiaggia fosse luogo di grande fasto nei lontani anni ’80: gli accordi di pace dei paesi centroamericani avevano promosso la movida, e biplani con a bordo personaggi di calibro estremamente vario andavano e venivano, sempre più zavorrati dalle bottiglie di Champagne. Poi, un giorno, il narcotrafficante che aveva iniziato la costruzione del lussuoso residence è scomparso, così, senza lasciare traccia. Forse è stato trattenuto in qualche pilone di cemento. Forse ora ha la faccia di un cinese e traffica a Formosa: perché le isole è sempre difficile dimenticarle.
Su questa spiaggia si può ancora fare una cosa: sciogliere i capelli, montare un cavalletto, impostare la ripresa in bianco e nero e indossare una veste bianca, senza tempo. Per stupire gli amici con foto di vacanze diverse. E per sentirsi parte di una ciurma che si è persa nei venti.
Contadora aspetta, e intanto tesse un lungo tappeto di piste ciclabili deserte.


DIFFERENZE CULTURALI

I miei vicini di casa sono rumeni – moldavi – albanesi.
Metto il trattino per due motivi: uno, perché tra loro non si mischiano e si parlano a malapena; due, perché molti di loro cambiano casa così spesso che non faccio in tempo a definirne la nazionalità per iscritto.
Cambiano casa spesso per due motivi: il primo è che pagano 800 euro di affitto per un appartamento di 60 metri quadri. Con riscaldamento autonomo da pagarsi a parte.
Se lavorano e hanno referenze, dopo poco trovano un appartamento più economico.
Se non lavorano e fanno i delinquenti, dopo molto più tempo li arrestano, e questo è il secondo motivo per cui c’è ricambio.
In entrambi i casi i miei vicini non amano la solitudine di un appartamento vuoto e coabitano numerosi, anche quando potrebbero permettersi più spazio.
Sono molto meno invadenti e pettegoli della vecchietta che c’era prima, ma più rumorosi: suonano il citofono sei volte a ritmi sincopati e scuotono il portone in attesa che venga aperto, lo rompono, allora poi devono scuoterlo, sennò non si apre.
Tanto non pagano loro le spese condominiali, sono incluse nel contratto che un italiano esperto sa come stipulare: 400 euro di affitto e 400 euro di spese condominiali mensili, anche se in realtà sarebbero 60 euro. Però sulle spese condominiali le tasse non si pagano, mentre sulla rata dell’affitto sì.
All’italiano in questione ho chiesto in modo petulante perché devo pagare anch’io le spese dei danni che fanno i suoi inquilini.
Lui mi ha risposto che è perché non mi faccio un’assicurazione.
Ecco, un mio vicino dell’est avrebbe risposto diversamente, dandomi ragione oppure una pedata: in effetti tra le culture ci sono delle differenze.
E sono più di quanto sembri. Il pizzaiolo italiano di sotto, per esempio, ha i camperos incollati alle estremità inferiori, la coda di cavallo e un’Alfa rossa con la vernice scrostata. Si potrebbe dire beh, sembra un albanese, invece non è così: lui mi stacca la corrente, mi infila siringhe usate nella buca delle lettere. Gli italiani sono creativi. A un mio vicino dell’est tutto questo non verrebbe mai in mente: se ce l’ha con me, mi brucia l’auto.
I miei vicini però preferiscono investire il loro tempo cercando la carne buona, che quella di qui non è mai fresca. Infatti, quella che serve il pizzaiolo non lo è, perché lui investe tempo ad alzare la musica di botto alle tre di mattina per divertirsi un po’, visto che è vuoto e sta fallendo. Così facendo, gli arriva un pollo fresco impiccato alla porta della pizzeria, a titolo di avvertimento.
Non sono stata io.
Io che pretendo di essere superiore a queste culture e di trarne solo il meglio, avevo cercato di tappare la canna fumaria della pizzeria con la schiuma idraulica. Ma non sono riuscita a togliere il tappo alla bomboletta: fenomeno culturale tipico delle donne imbranate.


IL FUNGHETTO CI UCCIDERÀ. TUTTI

fungo sott'olioIn fondo a un pozzo artesiano in disuso, al centro di una discarica di materiale tossico, in un luogo così lontano che non è ancora stato avvistato neppure su Google Earth, c’è la fabbrica dei Funghetti. Tutto avviene in gran segreto, all’ombra di un meteorite radioattivo ricoperto di muschio vescicoloso, terreno naturale per la coltivazione del Funghetto, che successivamente sarà inscatolato e sulla scatoletta apposta un’etichetta che raffigura l’alluce valgo della moglie del fabbricante.
Dal produttore al consumatore, senza intermediari, il Funghetto arriva a invadere le tavole calde di ogni posto turistico del mondo.
Ma cos’è il Funghetto? Una lamella viscida, di colore muffoso e dal sapore acido, acido come l’acido ascorbico, nel quale può conservarsi per anni prima di essere inoculato in un toast. Nuota elegantemente nella brodaglia del calzone scongelato, fa le uova nella crépe e, se immerso in una zuppa orientale, si trasforma in una grossa lumaca galleggiante, il cui sapore si sposa a quello del latte di cocco come il pomodoro marcio alla panna.
Eppure nessuno dice niente. Sono riusciti a chiudere Green Hill e il fabbricante di Funghetti ha invece firmato un accordo con il Kosovo per la fornitura di scatolette all’uranio impoverito.
Tutti a fare cin-cin e a guardare il tramonto, mentre il Funghetto sguscia fuori dalla colata di formaggio scadente e scodinzola alla ricerca di un angolo umido e oscuro sotto il frigo, dove riprodursi con la fotosintesi del freon.
No, non temo di gridare al mondo che oramai è troppo tardi.
Non c’è più tempo per sensibilizzare il barista su Trip Advisor, suggerendogli anonimamente di sostituire il Funghetto con una scorza di limone se proprio ci tiene, o con un verme degli abissi.
Non disponiamo purtroppo di alcun vaccino efficace: a Ginevra hanno tentato di bombardare il Funghetto con i neutrini e lui si è autoincapsulato nella sua bava, riproducendosi per gemmazione e dando vita a Funghetti con un quoziente intellettivo potenziato.
I protocolli di sicurezza dell’Area 51 sono stati bypassati dall’apparentemente innocua consegna di una pizza Mushrooms&Pepperoni del take away. Colonizzata dal Funghetto, l’Area è ora purtroppo inaccessibile. Alcuni alieni hanno debolmente protestato, ma nessuno di loro era abbastanza in salute per sferrare un attacco decisivo. Sapremo farlo noi?
Avremo la forza di stanare ogni Funghetto in ogni ristorante e dare la vita combattendo, per il bene delle generazioni future, come ne “L’invasione degli Ultracorpi”?
O come solito, sottoscriviamo una bella petizione, apriamo una pagina fan e continuiamo a subire fino alla fine del mondo?


CACAO

“Bienvenidos al Museo del Cacao. Tutto ciò che vedete risale al lontano 2005”.
Come europea sono già inceppata. Poi mi ricordo che questo è il Nuovo Mondo: quello che ha più di 30 anni è preistoria e un Nicaraguense che ho incontrato voleva sapere di più sul Colosseo, ritenendolo antichissimo, vecchio almeno di cento anni.
Qui in Nicaragua sanno tutti cosa vuol dire rivoluzione ma avrebbero qualche perplessità ad associarla al termine “industriale”, per esempio.
Sulla porta del museo del cioccolato di Matagalpa c’è quello che io chiamo “welcoming dog”: l’immancabile cane, in questo caso nero e gigantesco, sdraiato esattamente dove noi mettiamo il tappetino d’ingresso. È un cane in gamba, che come in molti altri Paesi del mondo non è un “pet” ma un individuo che vive tra gli altri una vita libera e parallela, basata sulla reciproca utilità: gli umani gli forniscono un po’ di cibo comodo e lui in cambio distingue i buoni dai cattivi nella “sua” zona, soprattutto di notte.
Ma mi sono già distratta. – Fino al 2005 – spiega la ragazza che fa la guida e che parla solo spagnolo – Noi non sapevamo che con il cacao si facesse il cioccolato: ne usavamo i semi tritati con acqua e mais per fare la nostra bevanda nazionale, il Pinolillo. Siamo i maggiori produttori mondiali di cacao e non sapevamo quale ricchezza avessimo tra le mani! –
C’è dell’entusiasmo nei suoi occhi e un certo disappunto nella voce. A me che sono afflitta dal mito del buon selvaggio sembrano segni incoraggianti di progresso, e colta da bonarietà mi si sbiadisce la domanda che fino a un attimo prima urgeva dolorosa: “Vuoi dire che i tuoi antenati hanno lavorato in queste piantagioni per centinaia di anni e non c’è mai stata un’occasione per chiedere cosa se ne facessero gli europei di tutto quel cacao?”
Ma andiamo avanti. In questo castello-museo in stile fanta-scozzese – già ammuffito a causa del clima tropicale, costruito da un giovane olandese che si aggira ubriaco e barcollante per i corridoi – ci sono un paio di vetrinette che sembrano risalire al periodo coloniale e che ospitano generazioni di tarme. C’è anche una piccola cucina per gli assaggi. Tutto è così semplice, privo di qualunque fantasia e iniziativa, che mi chiedo se si tratti di indolenza nicaraguense o di alcolismo associato ad abuso di sostanze.
Nelle vetrinette sopravvivono tristi e impolverati alcuni prodotti, mostrati al turista come incredibili e mirabolanti, che si posso ottenere dal cacao: cioccolatini, barrette Nestlé, ovetti Kinder. Persino un deodorante e un bagnoschiuma al cioccolato.
Il posto d’onore è riservato al Labello: sì, perché dal cacao si può anche ricavare del grasso, che è molto prezioso per la cura della pelle, dice la guida. Loro ci hanno provato ad estrarlo, lì alla museo del cacao, con delle presse, ma è molto complicato e ci hanno rinunciato per il momento: son cose moderne che richiedono ricerca.
In cucina ci aspettano tre cioccolatini di foggia semplice, una brocca d’acqua e del caffè. Ce li sbafiamo e siamo subito accompagnati a vedere i macchinari per la produzione. Tutto è racchiuso in pochi metri quadri e il tentativo di fingere che quella sia una piantagione con fabbrica di cioccolato annessa è un po’ patetico. Quello che invece sembra chiaro è che la ragazza che ci guida, noi soli clienti, crede che i macchinari, tutti di fabbricazione europea e risalenti all’800, siano all’avanguardia: non funzionano più a vapore, sono state fatte delle modifiche e adesso si usa l’elettricità.
Ci sono dei cestelli di ferro rotanti per arrostire le fave di cacao, c’è la macchina che separa le fave arrostite dalla buccia. C’è la macchina che trita e quella che mescola lo zucchero al cacao scaldando leggermente l’impasto affinché lo zucchero si fonda dolcemente. Un vero museo dell’ingegno teutonico di fine ‘800, ancora funzionante e profondamente affascinante.
Nell’ultima sala ci fanno assaggiare dei lingotti di cioccolato con diverse percentuali di zucchero. È un cioccolato diverso, sabbioso e croccante, che non si scioglie in bocca e mi sembra la vera scoperta della gita, ma è un’opinione solo mia: ai turisti drogati di nutella e cioccolata da supermercato, non piace granché. Credo che quello che rende il sapore diverso, in questo cioccolato, sia l’uso di zucchero normale invece di uno sciroppo industriale: lo zucchero vero conferisce un retrogusto di caramello e il burro di cacao è ancora tutto lì dentro, non è stato estratto, come spesso succede nella preparazione moderna, per essere sostituito con grasso meno pregiato o latte condensato.
Se loro non sapevano cosa noi facessimo col cacao, ora noi non sappiamo più cos’è il vero cioccolato: una delizia forte e generosa, non quella cosa stucchevole e molliccia.
Nella sala delle antichità c’è un comune pestello di legno e una pietra sagomata che ci raccontano quanto una volta le povere donne del luogo tanto faticassero a tritare il cacao. A questo punto si tratta di ricatto morale e ci decidiamo a comprare una decina di lingotti ben incartati che non arriveranno mai in patria, perché mangiati prima: la zia può farne a meno, quell’amica là anche se le porto una conchiglia fa lo stesso, a mio padre piacerebbe ma poi gli fa male. E mio fratello: come faccio a portargli la barretta rimasta che sono in quattro in famiglia?
All’uscita la guida ci abbandona soddisfatta e ci fermiamo a fumare una sigaretta davanti ad un germoglio di bambù alto cinque metri, che sembra l’asparago gigante di un pianeta sconosciuto.
Passa l’amico ubriaco del proprietario ubriaco. Ha un vassoio in equilibrio precario su cui sono posate delle delizie che ci offre: palline di cacao mescolato a panna e rum, praticamente la ricetta di Natale di mia mamma. Lui ci dice ridacchiando e sputacchiando che questo sarà il prossimo scoop sul mercato mondiale, non appena l’avranno messo a punto in Olanda. Noi approviamo entusiasti e assaggiamo numerosi prototipi.
Una vera scoperta questo Museo del Cacao, chiuso a Matagalpa sulla collina, succube del tempo meteorologico, sospeso nell’isolamento alcolico.

La trasformazione del cacao in cioccolato viene tradizionalmente fatta in Europa, dove arriva la materia prima non trattata. Molti coltivatori di cacao, nel mondo, non hanno mai saputo in cosa si trasformassero le fave che estraggono dal frutto del cacao. Esiste su Youtube un filmato che mostra alcuni coltivatori della Costa d’Avorio che assaggiano il cioccolato per la prima volta, ed è particolarmente commovente.


FACILE MANUALE PER GATTI DI COMANDO DEL PENSIERO UMANO

In caso di necessità di coccole:
– Emettere versetti di richiamo imitando animali miti, es: il belatino dell’agnellino, il chiocchiolio del passerotto timido. Sguardo da cerbiattino innamorato obbligatorio.
– Fare tremare la coda ritta con grazioso finale a punto interrogativo: agli umani piacciono le richieste per iscritto.
Nel frattempo fare le fusa.
– In caso di attenzioni ritardatarie attaccare a impastare con le unghie l’oggetto più rovinabile dei dintorni.
In caso di fame, tecnica 1: Induzione
– Camminare autisticamente avanti e indietro con la coda dritta invitando con lo sguardo e il miagolio l’umano a osservare la ciotola vuota.
– Sollevare lo sguardo interrogativo-lamentativo.
Si spera che ci arrivi.
In caso di fame, tecnica 2: Poltergeist
– Accucciarsi stolidamente di fianco alla ciotola.
– Fissare insistentemente l’umano negli occhi.
– Non reagire assolutamente ai suoi suoni o movimenti. Insistere a fissarlo.
– Se ci sono delle interferenze aggiungere un miagolio monocorde cadenzato fino ad ottenere la sconfitta psicologico-uditiva del soggetto.
Variante della tecnica 2:
– fare comparire la ciotola vuota invisibilmente e silenziosamente in tutti i luoghi e stanze in cui l’umano si sposta: deve avere la sensazione di essere seguito e perseguitato dall’oggetto stesso.
In caso di fame, tecnica 3: Costruzione del riflesso condizionato di Pavlov.
– Mettere un giocattolo nella ciotola, tipo un gomitolo, poco prima dell’orario pasti.
Fare questo sempre e solo di nascosto e senza essere visti da nessuno.
– Allontanarsi dalla ciotola e aspettare che l’umano rimanga perplesso e rimuova il giocattolo dalla ciotola, riempiendola subito dopo di cibo.
– Ripetere il comportamento per una settimana.
– Dopo una settimana iniziare a mettere il giocattolo nella ciotola in momenti lontani dagli orari dei pasti: l’umano dovrebbe imparare ad associare il giocattolo alla ciotola vuota che riempirà per attinenza.
In caso di sonno:
– Sbadigliare ampiamente e vistosamente di fronte all’umano.
– Chiudere la bocca di scatto e fissarlo interrogativamente, mentre lui è ancora rapito dall’immagine della vostra lingua srotolata e dei vostri affilati dentacci. Dirigersi subito dopo verso la camera da letto.
– Se non seguiti immediatamente, tornare indietro e ripetere l’intera sequenza sempre allo stesso modo, più e più volte.
Come capire se un umano è morto:
Se non si alza alla solita ora o se si distende sul pavimento o se chiude gli occhi in poltrona, infilare il naso profondamente in una sua narice e controllare se respira. In casi dubbi, fargli immediatamente il massaggio delle palpebre a zampa tesa, picchiettando con forza.


CERCAMI SU FACEBOOK

Nome ammiccante, una foto di nudo presa da Internet. Anche elegante, buona per tutti i generi, e senza la faccia.
Per cominciare a trovare amici ho cercato un po’ a caso finché non ho trovato Patata Americana, la sua foto parla da sola: calze a rete, tacconi, faccia da camionista e parrucca. Volevo vedere se è proprio vero che i trans sono così generosi e amichevoli. Sembra di sì, perché mi concede l’amicizia in cinque minuti e diventa un’amica solitaria sulla mia pagina completamente vuota.
Superato questo step, sempre un po’ socialmente imbarazzante, mi limito a pescare dal suo serbatoio. Non so bene quale criterio usare e vado di classico: Super Dotato, Mandrillo Toscano, Fatti Fare. Poi passo a tutti quelli senza la foto: Bob Hoskins, Mario Rossi, Rossi Mario, M. Rossi, Mario Bros.
Mi faccio sedurre dal più figo della rete e gli chiedo l’amicizia all’istante: si chiama Identità Nascosta, niente foto, una sfilza di amiche dell’est. Annetto anche un amico suo, Senza Identità, che è pure lui senza foto. Il resto va da sé e nel giro di sole 48 ore ho 65 amici.
Mi gratto un po’ la testa valutando la richiesta di amicizia di un certo Io Uccido, ma poi mi dico che se lo facesse non lo direbbe, e accetto. Mi rimane la sensazione di avere pensato un po’ banale, ma speriamo bene.
Nel frattempo attacco a studiare scientificamente la pagina di Patata Americana. È costellata di frasi romantiche e un po’ depresse, del tipo “Una stella per te, che sai amare senza chiedere”, “Un bacio d’amore può valere mille scopate” e via dicendo. Se è roba in codice non ci arrivo e comincio a temere di avere sbagliato target: io vendo foto, di pezzi vari, su ordinazione. Ho già fatto amici tutti quelli che avevano la parola “feticista” nel profilo, ma sono meno di quanti sperassi.
Scambio qualche messaggio, molti Poke, mi iscrivo al Poker Strip. Qualcuno mi chiede di scrivergli messaggi erotici, gratis, specifica.
Io specifico sì, col cacchio. Mi toglie l’amicizia.
Forse devo cambiare foto del profilo, metterci un piede e una scarpa col tacco a spillo, di vernice rossa. Stringere il campo, insomma.
Se nella chat alludo alle foto, vogliono tutti le stesse, peraltro reperibili da anni su internet, con tutte le varianti possibili, che non sono molte: io fornisco un servizio personalizzato e questi vogliono una foto che potrei mandare in copia a tutto il gruppo per gli auguri di Natale.
Possibile che nessuno colga l’opportunità? 15 euro. La foto che vuoi tu con l’ambientazione che vuoi tu. Devo proprio suggerirtela io? Sembra di sì, ma dov’è finita la fantasia dei trasgressivi, mi domando.
Amico, posso mandarti la foto di un mio orecchio con ficcato dentro il Cotton Fioc, se me lo chiedi. Sapresti che è una foto fatta espressamente per te, pensando a te. Un pezzo unico, non me la chiederà mai più nessun altro.
Il cavo popliteo, ricoperto di pezzi di gelatina di manzo. È eccitante già solo la parola: popliteo.
Possibile che la foto delle mio reggiseno trafitto dalle armi del Cluedo non ti interessi?
Aiutami, Celo Grosso, perché non ho voglia di aprire un blog di falsi pensieri umidicci, come suggeriscono alcuni. Io preferisco andare al sodo, fornire qualcosa di autentico in fin dei conti, ma soprattutto vedere soldi subito.
Patata scrive che il mondo è pieno di stronzi che fanno sempre le stesse cose e che si credono dei fighi, quando la vera trasgressione è l’amore.
Manga Nello dice che le fatine romantiche hanno rotto, dice che “se i bordelli diventerebbero legali le strade sarebbero più pulite.”
Dice anche che a lui piace la roba forte. Ma non spiega forte in che senso e soprattutto quanto.
Io ti dico che se vuoi qualcosa di veramente diverso l’hai trovato. Mandami al fermo posta l’anello che avevi comprato per la tua ex: me lo infilo all’indice e ti mando la foto della mano che ti fa il gesto delle corna.
Poi te lo rispedisco a spese tue.


TANGO

Se qualcuno m’invitava, ma non c’è.
Avevo pochi anni, son passati trentatré.
Eppure è tutto uguale: ancora avrei talento.
Lui guarda, va da solo: è un altro intendimento.
Allora mi ribello, mi scappa l’impennata, la polvere rialzata, la mano presa al volo.
Gli sguardi come al cine, il colpo d’anca che non riesce mica a nessuno, eh, io non saprò i passi ma c’ho il fisico sai, la barba invece tu l’hai lunga: è tutto sudato e poi pare che mi guardi, come dire, un po’ inacidito.
Fuori-tem-poo…
Lo sentisse mai qualcuno, tra i corsisti all’avanzato, il tempo dello stile e non lo stile del sagrato.
La birra non ci azzecca, ma aspetto speranzosa, s’avanza una bistecca, ha gli occhi da gazzosa.
Non fosse la cravatta, col gatto disegnato, io avrei.
Sì.
Avrei rifiutato.
Eppure era carino, ma l’alito è mortale.
Mi abbranca per un giro: casché. L’ho fatto. E che mi lasci andare.


NATALE

E tra le nebbie e i vapori era arrivato l’Inverno, bianco di neve e brillante di stelle.
A cavallo di una slitta con ali di pollo e campanelli croccanti, la Fatina della Bella Addormentata si era fermata alla casa dei Tre Gattini e aveva lanciato una manciata di Polverina Magica che sembrava Parmigiano.
I Tre Gattini si addormentarono all’istante lì dov’erano.
Tutti dormivano in quel Castello, chi a pancia all’aria, chi sulla camicia da notte della Vecchia Strega, chi tra scatoloni e palette. In ogni stanza del Castello c’era un Gattino addormentato, con i baffi tremolanti di sospiri e le orecchie svolazzanti come farfalle.
Un russare continuo.
La Vecchia Strega, scampata all’incantesimo, si affannava in giro senza sosta, berciando: “Allora, Brutti Criceti Obesi: sveglia! Fate qualcosa! Fatemi le coccole!”
Ma la lunga notte fredda e scura ammantava tutto di silenzio.
Quando anche la Strega cercava di dormire, la tormentavano le coltri morbide e calde, ma mobili e pesanti, che si aggiravano sul suo corpo stanco come fosse materasso. Lo scalpiccio continuo e il crollo di suppellettili causato dai Folletti Maligni dell’Inverno non le dava riposo: ella si alzava, cercava, ma tutto taceva e i Micetti avevano solo cambiato posizione, il musetto innocente perso nei sogni.
Ogni notte arrivavano le Renne di Babbo Natale. Galoppavano per la casa e lasciavano doni: polistirolo per l’albero, calzini per la befana, cimici senza cappotto, viti e gomitoli per i lavori di ristrutturazione.
Natale era vicino e i Micetti sognavano bocconcini al paté.
Quando a casa tornava la Vecchia Strega, con le crocchette del Discount, i Micetti Sognanti con gli occhietti a mezz’asta correvano alla ciotolina, sollevavano uno sguardo di disprezzo e tornavano a dormire e a sognare sorridendo.
La Vecchia Strega per punizione mangiava tra Demoni con gli occhi gialli e lo sguardo immobile fisso sul suo panino.
Natale è così: tanto sonno ai Mici Buoni e tanti mostri alle Streghe Cattive.


APPARENZE

La sottoscritta, drammaticamente affetta da insistente invito a cena presso signora-bene dai discorsi inconcludenti, altresì corredata di marito muto e vicina di casa residuata psichiatrica, recavasi al Brico Center in stato psicologicamente altalenante tra la gratitudine e il porconaggio, alla ricerca di una pianta regalo considerabile adeguatamente di classe da una classe sociale inadeguata per le considerazioni. Leggesi: sufficientemente costosa.
La sottoscritta sostava rapita presso alcune rigogliose piante di orchidea e dopo lunghi tentennamenti decideva per una di colore bianco (le viola erano più belle ma il colore superstiziosamente meno apprezzato), provvista di foglie cicciose e boccioli in fioritura, ma anche di strane radici plasticose che sbucavano da un vaso inadatto alla crescita della medesima.
La sottoscritta sistemava la pianta nell’automobile, la cui temperatura interna si aggirava intorno ai 50 gradi centigradi, e colta da ansia naturalista finiva lo shopping di corsa, già proiettata all’innaffiatura della pianta e relativo impacchettamento. Oramai in preda a pena crescente, si tratteneva dall’acquisto di un vaso di capienza più adeguata unicamente per via dell’emergenza idrica dell’essere tropicale, che al momento della presa in carico sembrava già essersi lievemente infiappito.
Infrangendo la barriera del suono, la sottoscritta si dirigeva presso la sua dimora, con un piano di intervento bio-globale ripetutamente revisionato.
Estraeva la pianta dall’automobile con estrema cautela.
La cautela non si rivelava sufficiente e un bocciolo bianco e carnoso staccavasi dal picciolo, rovinando sul tappetino dell’auto con rumore sordo, vuoto, fesso: praticamente sintetico. Rimbalzava altresì gommosamente.
Colta da terribile sospetto, la sottoscritta infilava un’unghia nello stelo e mordeva il petalo col piglio dell’intenditore di monete.
La pianta risultava falsa. E a un’occhiata meno svampita, visibilmente di plastica.
Abbandonato il bocciolo al suo destino, la pianta veniva trasferita in luogo ameno e sostituita con costosissimo mazzo di fiori autentici e caduchi.


CLIMA E SCIE AEREE DI PENSIERO

Bruce Lipton (che non è Bruce Lee e neppure una bustina di tè, ma un famoso motivatore e filosofo new age), dice: “Noi siamo quello che pensiamo”.
Così mi è stato riferito.
La frase non mi pare particolarmente rivelatoria e neppure nuova: forse l’aveva persino già sparata un greco, tipo Ematocrito (che non è un valore del sangue, o forse sì).
A rileggerla un po’ di volte, questa sentenza, come molte altre, vuol dire tutto e vuol dire niente: dipende dal significato che si vuole attribuire alle parole “essere” e “pensare” e lì bisognerebbe stare attenti perché le menti meno ricche di sfumature semantiche si potrebbero imballare con conseguenze disastrofiche.
Quindi.
Potrei essere un caimano se ci pensassi intensamente? Probabilmente potrei credere di esserlo, e se gli altri continuano a dirmi “buongiorno signora” quando passo, peggio per loro che vedono solo quello che vogliono vedere. In fondo io credo a quello che penso.
Il problema nasce però quando cerco di mangiarmi il cagnolino della vicina in un sol boccone: la vicina strilla e neppure il cagnolino purtroppo vede cosa penso e quindi cosa sono. Mi pianta un morso che in tutta onestà a un caimano non dovrebbe fare un baffo e invece mi procura sette punti di sutura al pronto soccorso e un ricovero in psichiatria.
Come per tutti gli illuminati, il percorso divino non è facile: quando uno decide di essere ciò che è veramente, gli altri – ancora intrappolati nel loro ego limitante e disconnessi dall’universo perché troppo annebbiati dalla loro mancanza di consapevolezza – si sa che si oppongono a volte con ferocia agli spiriti liberi.
Ma i problemi non finiscono qui: telefono a un signore che sta organizzando un evento all’aperto per il fine settimana (sì, ho un telefono, sono un caimano connesso, accetta la realtà senza filtri e preconcetti, o tu che leggi) e gli chiedo cosa intenda fare, visto che è prevista pioggia.
Il signore mi ammonisce severo: non sia così negativa.
Io non capisco, e ribadisco che le previsioni danno pioggia a dirotto.
Lui mi dà subito della iettatrice e mi ripete che siccome siamo quello che pensiamo, se io penso pioggia rischio di far piovere, quindi devo pensare che ci sarà il sole.
Ora, sarò anche un caimano, ma: “Noi siamo cosa pensiamo” non prevede che siamo anche il tempo meteorologico, secondo me. Sarà anche vero che l’universo è uno e che dobbiamo considerarci parte di esso, però se io sono anche la pioggia o il sole, sinceramente comincio a sentirmi parecchio potente – e questo è giusto, niente è più potente dell’universo – ma anche un po’ preoccupato: decido io le precipitazioni o è una lotta di essere e pensiero con gli agricoltori?
Capita la mia la crisi di Identità Meteoro-logica (Meteorica? “-logica” comincia a sembrarmi un termine troppo azzardato) il signore mi rassicura: lui conosce il sistema per fermare la pioggia. Conoscendo la posizione giusta ed essendo un numero sufficiente di caimani si può fare, è tutta una questione di energia. Peccato che non c’ero quella volta che ha fermato la neve a metà cortile. Niente di magico, mi spiega, è una roba che la scienza sa fare da sempre: la prova è la danza della pioggia degli indiani.
Comunque, il signore taglia la testa al topo: pioverà il giorno dopo l’evento, perché le scie chimiche oggi sono a graticolo e quando è così piove dopo tre giorni, perché “quelli” sono anni che controllano il tempo.
Aspetta: ma allora ‘sta pioggia chi la controlla? Decido io oppure “quelli”?
La spiegazione che segue sa di massoneria: “quelli” sono più potenti, con quei mezzi nel cielo che spandono veleni e intossicano tutti. Per fortuna che i buoni sono dalla nostra parte: Di Pietro per esempio ha fatto un’interrogazione parlamentare sulle scie chimiche, c’è anche su internet.
Vado su YouTube a verificare (come caimano evoluto spingo il mouse col pensiero universale) e trovo Di Pietro che si fa propaganda su una rete privata: alla telefonata dello spettatore che chiede sia fatto qualcosa per questo dramma delle scie chimiche, risponde prontamente che intende richiamare l’attenzione dello Stato sull’aumento indiscriminato del traffico aereo.
Una zigzagata comprensibile, vista la telefonata in diretta. Ma di fatto parecchi la vogliono pensare come pensano, cioè che Di Pietro ha riconosciuto l’esistenza delle scie chimiche sparse dagli aerei di linea: una delle bufale più assurdamente paranoidi che si siano mai sentite.
Per un attimo mi si disconnette il “Qi” e ho un’illuminazione malevola: forse non siamo quello che pensiamo, ma siamo COME ragioniamo.
Ha poi piovuto, nel weekend.


NATURA MORTA CON CAGNOLINI

quadro di fiori con cani nascostiAbitavo a Londra, in un quartiere povero, in una casa di legno con i pavimenti inclinati, in una stanza con la moquette ammuffita e la lampadina che improvvisamente si staccava dal soffitto cadendo al suolo. La stanza non era neppure mia: l’avevo conquistata con uno stratagemma e l’avevo arredata con mobili trovati nella spazzatura, tutti bianchi.
Insomma, era una bella stanza, e la finestra dava sul retro.
Sempre nei bidoni della spazzatura avevo anche trovato un vecchio calendario, le cui immagini, tutte di vasi di fiori, avevo ritagliato con grande concentrazione ricordando i tempi dell’asilo.
I muri irregolari della stanza si erano così arricchiti di piccole finestre fiorite che davano su mondi dove la vita era piena di cure aggraziate: io mi svegliavo la mattina nel mio antro da orco e mi affacciavo con lo sguardo, contemplando, a volte anche per ore.
Fu così che un giorno d’inverno, dal mio punto d’osservazione sotto le coperte, mi accorsi di un fatto strano: i fiori del dipinto che stavo guardando erano in realtà teste di cagnolino, e persino il vaso vuoto sullo sfondo sembrava avere le orecchie. Più guardavo e più cagnolini trovavo.
Ogni mattina, al mio risveglio, cercavo un cagnolino nuovo. Non ho mai capito esattamente quanti cagnolini siano realmente nascosti tra i fiori e quanti io ne abbia, col tempo, inventati per simpatia.
Quando alla fine lasciai la stanza staccai il foglio dal muro, risoluta a scoprire il nome di colei che io avevo immaginato essere una famosa nobildonna inglese dei tempi passati, un po’ miope e con un certo gusto per i piccoli misteri. Il ritaglio però era privo di qualunque informazione, forse rimasta sulla parte di calendario che avevo buttato via. Staccai in fretta anche gli altri ritagli, ma erano tutti muti.
Ho portato questa riproduzione con me ovunque andassi, per tutti gli anni successivi. A volte la perdo, a volte la ritrovo negli scatoloni, un po’ più fragile e ingiallita, e mi soffermo a cercare altri cagnolini.
Non ho mai scoperto chi ne fosse l’autore.
I cagnolini da me individuati sono circa 8.


IL RITRATTO PERDUTO CHE ART KANE FECE ALLA MAFIA

La prima settimana di Giugno del 1992, in Sicilia, a Terrasini, piccola località costiera vicino a Capaci, si tenne l’annuale “Settimana della fotografia internazionale”.
Il residence Città del Mare e le sue stanze a picco sulla scogliera stavano per essere invasi da prestigiosi fotografi, allievi di ogni nazionalità e decine di nervosissime modelle destinate ai setting più strani.
Ero arrivata a Palermo in treno, e un autista del residence venne a prelevarmi alla Stazione.
Nella mattina profumata e piena di sole saltai sull’automobile che imboccò l’autostrada, mentre io mi godevo il panorama dal finestrino. Sapevo cosa era successo a Giovanni Falcone pochi giorni prima ma non sapevo che stavo per passare nel luogo esatto in cui era stato ucciso.
All’altezza di Capaci la strada divenne improvvisamente deserta e silenziosa: l’autista manovrò per passare sul pezzo d’asfalto a lato di un cratere enorme, che invadeva entrambe le corsie. Non c’era nulla intorno, nessuna persona, nessun rottame, neppure un cartello. Solo un nastro da cantiere, solo rocce. E un fine pulviscolo giallo stagnante che faceva ombra su tutto.
Non saprei definire meglio il silenzio greve di disastro irreparabile che attraversammo scivolando via piano. L’autista non disse nulla e continuò a guardare la strada. Io guardai il cielo cercando un segno di vita, un gabbiano almeno, ma era tutto vuoto.
Era la seconda volta che andavo a Terrasini. La prima era stata nel 1987, quando tra i fotografi invitati a tenere i workshop c’erano Franco Fontana, Jean-François Bauret e Art Kane.
Io, giovanissima, ero una delle tre modelle assegnate a Jean-François Bauret.
Art Kane stava in disparte e leggeva Stephen King tutto il giorno. Stupiva con le sue sortite alla ricerca di posti non convenzionali, verso i quali partiva all’improvviso inseguito di corsa dai suoi allievi. A cena piegava i cucchiaini col pensiero come gli aveva insegnato a fare il suo amico Uri Geller e metteva sempre in agitazione il personale.
Un giorno si fece assegnare l’autobus grande del residence, sequestrò tutte le modelle che riuscì a trovare a colazione, e diresse la carovana proprio a Capaci, nella piazzetta principale. Lì fece scendere tutti e ordinò alle modelle di spogliarsi, attaccando a fotografare le espressioni basite dei vecchietti con la coppola, seduti sulle loro sedie di legno davanti alla porta di casa. Ricordo che mi vergognai un po’ per loro e che mi irritò il fatto che questa gente, inconsapevolmente, stesse interpretando perfettamente lo scenario di una Sicilia che credevo persa nei film d’epoca.
Non so dove siano finite le centinaia di diapositive che ritraggono quel momento, ebbi occasione di vederne qualcuna al volo subito dopo lo sviluppo ed erano affascinanti.
Dopo il raid, che fu brevissimo, corremmo al residence e Art Kane mi si avvicinò furtivo: – Tu, sei ballerina vero? Mi serve una ballerina per domani mattina, ci vediamo al parcheggio alle cinque. –
All’alba del giorno dopo, in un casale abbandonato della campagna siciliana, mi fece appendere con una corda al tetto di un fienile. I fotografi che anelavano a una lezione sui segreti della potenza artistica di Art Kane si ritrovarono a fare le comparse: spingevano il mio corpo da impiccata affinché dondolasse in mezzo a loro, mentre camminavano senza meta dentro il fienile.
Anche di queste foto, che non potevo certo chiedere come souvenir, non ho mai conosciuto il destino.
Rimessa a terra dopo ore, Art Kane mi disse: – Mi servi ancora al tramonto: tu e l’autista. –
A bordo di un piccolo pulmino blu del residence con autista in divisa e terrorizzato, comandò che ci si dirigesse a caso sulle colline, e si mise a leggere Stephen King sdraiato sui sedili. Io ero molto a disagio e cominciai a truccarmi con uno specchietto da cui ogni tanto controllavo i suoi movimenti.
Lui vide un campo pieno di fiori gialli e ordinò all’autista di fermarsi e di togliersi dai piedi. Si mise a osservare, aspettando. Per la prima volta sembrò rendersi conto della mia presenza e mi disse: – Non mi piace come ti trucchi: tu sei Cenerentola, non la Mafia – e passò le mani sugli strati di trucco che mi ero messa, trasformandomi in una maschera grottesca, per poi dichiarare che andava benissimo così.
La strada era completamente deserta. Con la giacca scura dai bottoni dorati e il berretto con la visiera, che ora teneva in mano contro il petto, l’autista non sapeva cosa fare, e si mise a raccogliere fiori nel campo, pochi metri più in là. Sembrava un becchino.
Art Kane lo guardò stringendo gli occhi e si mosse come un fulmine: montò un Fish Eye sulla macchina fotografica, scese dal pulmino, lasciò la porta del guidatore aperta e mi ordinò di incastrarmi tra il cambio e i sedili, con la testa sotto la pedaliera.
Entusiasta e saltellante, scattò immagini deformi di quello che sembrava uno strano incidente, con la vittima contorta in una posizione innaturale e un autista-becchino sullo sfondo, intento a cogliere fiori nella luce rossa del tramonto.
Anche questo durò pochi minuti, poi ripartimmo per tornare al residence.
Art Kane si mise ad ammirare la campagna, ed era la prima volta che lo vedevo guardare fuori dai suoi libri.
Senza voltarsi mi disse: “Queste le dedico alla vostra tradizione della Mafia, Cinderella: qui io la sento. L’odio e il coraggio restano nei luoghi per tanto tempo, anche dopo la morte di chi li ha provati.”
Non ho mai visto quelle diapositive e non ho mai saputo che fine avessero fatto.
Art Kane si è sparato, il 3 Febbraio 1995.


LIBRI DI LOREDANA DE MICHELIS: BRANI IN ANTEPRIMA

I libri sono in vendita presso le librerie e i maggiori distributori online.


Diario di due anni di viaggio nella Londra multietnica dei bassifondi migratori e dei mestieri che un italiano aspirante commesso-Benetton non vorrebbe fare mai.
Tra rifugiati politici, passaporti venduti, datori di lavoro orientali e padroni di casa ex galeotti, ci si può anche ritrovare selezionati per il Royal Ballet, a patto di avere il curriculum falso, i requisiti giusti e i riflessi pronti alla cassa di uno dei fast food più pericolosi d’Inghilterra.

Edizioni Ultra. Formato cartaceo e digitale.

LETTERE DA LONDRA UNDERGROUND
CAP. XVI

La settimana scorsa al Fried Chick è entrato come un fulmine il solito caraibico omologato: 20 anni, berretto da baseball, due metri di molle e muscoli, carico come un pistone. Da noi c’è una rapina al mese.
Le istruzioni dicono di consegnare la cassa senza fare storie, tanto c’è l’assicurazione e al capo basta presentare il filmato della videocamera che è installata sul soffitto. Quando l’incasso arriva a 100 sterline dobbiamo prelevare i soldi, infilarli in un tubo e infilare il tubo nella cassaforte che sta nel retro. In cassa quindi non c’è mai molto e i rapinatori lo sanno, ma il furto è facile e quando sono in emergenza passano, diciamo a prelevare.
Sono sempre caraibici, vestono tutti uguale e non li beccano mai.
Questo fatto della rapina mensile è filosoficamente accettato come inevitabile, alla faccia del mondo civilizzato. O forse questo lo è, un mondo civilizzato, nel senso di rincoglionito: ci sono 10.000 sterline in una cassaforte grossa come una scatola di biscotti dietro una parete di plastica: perché nessuno ruba quella? Basta che ce la chiedano.
Invece questi ladri civilizzati prendono solo il necessario, 60 sterline dalla cassa quando va bene. Se andiamo avanti di questo passo non so che fine farà questo mondo civilizzato, dico io.
Comunque: il caraibico si fionda dentro, e fuori, in sosta vietatissima, c’è un’auto accesa piena di colleghi che lo aspettano.
Io ho istruzioni di stare calma: afferro quindi saldamente il cestello delle patatine che sta immerso nell’olio a 400 gradi e controllo la frittura.
Il caraibico ordina qualcosa. Io prendo le pinze lunghe con la mano libera e le uso per aprire la vetrinetta riscaldata, dove attacco a rimestare tra ali di pollo.
Entra un irlandese, vecchio, sporco e ubriaco. Spinge il caraibico di lato con gesto plateale, si sporge sul bancone e mi dice: “Dammi subito due coscette, cara”.
Nel silenzio imbarazzato che segue, il caraibico si trasfigura assumendo un atteggiamento che ho imparato a riconoscere e che mi spedisce una scossa elettrica lungo la spina dorsale: smette di molleggiare, il sorrisetto arrogante scompare, la pelle gli diventa un po’ grigia e negli occhi gli scende un’espressione remota, gelida e tristissima. Non guarda nessuno, flette il capo di lato e sembra parlare a se stesso. Con voce dal timbro molto basso, dice: “C’ero prima io, signore”.
L’irlandese sta guardando la vetrina del cibo: “Stai zitto scimmia, lo sai benissimo che i bianchi hanno la precedenza”. Poi mi fissa repentino e con un fare autoritario così forte che mi chiedo dove l’abbia imparato, mi zittisce prima ancora che abbia aperto bocca: “Non stare lì impalata tesoro, dammi il pollo. Maledetti negri, non imparano mai l’educazione”.
Io guardo il caraibico con la coda dell’occhio, perché a guardarlo dritto ho paura. Lui sta arretrando lentamente verso l’uscita, mentre un altro paio di clienti si sono aggiunti alla fila, fingono di non aver sentito nulla e guardano con interesse i tabelloni.
Sono emigrante da abbastanza tempo oramai per avere capito che al mondo le cose inaccettabili succedono continuamente e che il mondo dei soprusi non è così semplice, così bianco e nero, come lo vogliono pensare molti di quelli che fanno le manifestazioni di protesta, credendo di stare dalla parte giusta della barricata. Ma non c’è nessuna barricata: la frustrazione e la paura si intrecciano come rovi, e in quei quattro metri quadri che puzzano di olio bruciato stanno spremendo fuori da ognuno di noi una pozione corrosiva.
Il caraibico tiene la testa bassa e le mani nelle tasche del giubbotto. Con un movimento fluido del collo ha appena controllato la videocamera di sorveglianza nella speranza che fosse spenta. Ora dondola leggermente, e se lo vedessi in un filmato penserei che sia incerto sul da farsi. Invece ho i sensi così allertati che sento persino il suo odore, come sento quello di tutti gli altri, e so che sta prendendo le misure, facendo una sorta di triangolazione. Intuisco immediatamente che devo allontanarmi dalla friggitrice.
Gli occhi accesi dell’irlandese hanno un momento d’intermittenza: la cosa sta andando troppo liscia.
Nel retro si è interrotto il suono ritmico dell’accetta sul tagliere. Il silenzio che arriva da lì mi fa sudare doppio.
La signora benvestita che sta facendo la fila dentro la sua bolla di fette di salame scatta urlando di muovermi, che non può stare lì tutto il giorno.
Il caraibico è scomparso.
Consegno il pollo all’irlandese, che mi butta due monete e si avvia impettito all’uscita. Appena varca la soglia ed esce dal raggio d’azione della telecamera, il caraibico è lì: si piega di lato, raccoglie una gamba verso il petto e poi gli spara un calcio alla tempia forte come una fucilata.
L’irlandese vola a terra rimbalzando sulla nuca, non ha neppure fatto in tempo a piegare le ginocchia. Dopo il rimbalzo e il rumore di ossa sbriciolate, giace immobile.
Ho appena visto uccidere un uomo, così, in un attimo. L’auto dei caraibici è già partita sgommando.
Sento il soffio lieve dell’aria smossa dal tamil: è dietro di me e sta chiamando un’ambulanza.
La signora in giacca mi fissa furibonda: vuole il pollo. Dietro di lei, davanti all’ingresso del negozio, l’irlandese è steso a gambe larghe: vedo il suo stomaco prominente che si staglia contro le luci dei lampioni.
Il tamil sblocca la barra d’acciaio che blinda lo sportello tra il bancone e lo spazio dei clienti. Mi rendo improvvisamente conto che l’avevo sentita ronzare prima, quando era sceso il silenzio nel retro. Quando ancora credevo che difendermi col cestello della friggitrice fosse una buona idea.
Il tamil questa volta non sorride ma è calmo come sempre, solo il bianco degli occhi un po’ più evidente.
Non so cosa fare e non riesco a staccare gli occhi dall’irlandese. Prendo il contenitore di cartone, le salviette, le bustine di sale. Metto un bicchiere di carta sotto la spina della cocacola.
L’irlandese morto ha un fremito come Frankenstein. Si alza e rientra barcollante in negozio. È una maschera di sangue e ha un dente incollato sul mento dalla bava. Un occhio sembra esploso e vedo biancheggiare l’osso dello zigomo dal taglio che gli attraversa la faccia, dalla tempia alla mascella.
Riesco solo a pensare che non può essere conciato così ed essere vivo. Invece è lì.
Dall’unico occhio aperto, esterrefatto e umiliato, scendono lacrime: “Quella scimmia figlia di un orango” dice, “Mi ha rubato il pollo”.


La rieducazione visiva di Miopia, Astigmatismo, Presbiopia e Ipermetropia secondo il Metodo Bates: manuale con esercizi illustrati.

Edizioni Amrita. Formato cartaceo e digitale

PREFERISCO VEDERCI CHIARO
CAP. VIII

GLI ASPETTI EMOTIVI E PERCETTIVI DELLA VISIONE

Ogni cosa che facciamo si connota per la “colorazione emotiva” che gli attribuiamo. Esiste un atteggiamento emotivo di fondo, quando ci apprestiamo a guardare qualcosa, che è diverso in ognuno di noi e varia anche in base alla natura del compito che stiamo svolgendo. Per molti, guardare è un dovere legato al capire e non c’è nulla d’interessante nella semplice contemplazione di una forma o di un colore. Per altri guardare è un po’ specchiarsi e cercare di percepire interiormente le sensazioni suscitate dall’osservazione esterna, anche quando si tratta di leggere un’indicazione stradale.
Nel corso degli anni mi è capitato di notare molti comportamenti bizzarri legati al problema visivo e mi fa sempre un certo effetto sentirmi dire da qualcuno: “Ho 3 diottrie* in un occhio e 4 nell’altro”. Immagino queste diottrie che mi spiano maligne dal buco dell’iride del mio interlocutore. Quando cerco di farmi tradurre la frase, scopro quasi sempre che il fortunato proprietario pensa di essere in difetto permanente di qualcosa e che la diottria esprima esattamente la gravità della sua mancanza. Subito dopo può dichiarare serenamente che ci sono momenti in cui vede peggio e altri in cui vede meglio, e che i momenti in cui vede peggio sono sempre quelli di tensione, paura, rabbia e stanchezza, mentre quelli in cui vede meglio sono i momenti di rilassamento e di benessere.
In questo caso è interessante osservare come la persona sappia che il suo difetto visivo è variabile, ma al tempo stesso possa essere convinta che si tratti di un fenomeno fisso e misurabile: miracoli della cultura medicalizzata.
Un altro fenomeno singolare si manifesta quando dico a un paziente nuovo e pieno di buoni propositi che se vuole vederci meglio può senz’altro riuscirci, ma dovrà accettare il fatto di vedere bene tutto, anche le cose che non vorrebbe vedere. Invece di chiedermi di quali cose sto vaneggiando, a quel punto il paziente smette di respirare e mi fissa incerto: per alcune persone che ci vedono male questa è una vera minaccia.
Sembrerebbe ovvio pensare che se non voglio vedere una cosa guardo altrove oppure me ne vado, o chiudo gli occhi, ma non è così: in molti casi siamo costretti a guardare, anche quando vorremmo fuggire. Un genitore che ti sgrida e ti fissa minacciosamente negli occhi; un capo che ti sta imponendo delle mansioni odiose; un figlio che pretende attenzione anche quando hai altro da fare, una persona cara che ti sta dicendo cose che non vorresti mai sentire. Un testo da studiare, che continua a passare davanti agli occhi senza lasciare traccia.
Sembra che una vista difettosa sia uno dei tanti trucchi che l’inconscio mette in atto ai fini di consentire a una persona di sottrarsi a una situazione difficile. Una valvola di sfogo come un’altra e che in certi casi utilizza la tonicità eccessiva o insufficiente dei muscoli oculari, piuttosto che la rigidità del collo o il bruciore di stomaco.
Da più parti del sapere giunge la stessa teoria: il disagio può tradursi in termini di alterata tonicità muscolare e di blocco funzionale. Le emozioni non vissute si cristallizzano da qualche parte nel corpo, alterandone il funzionamento, a volte soltanto momentaneamente, altre in modo più costante.
Le cose difficili da affrontare possono essere tante: quelle brutte, per esempio, quelle cattive, quelle che ci fanno paura o ci fanno soffrire; ma anche quelle troppo complesse, quelle che bisogna comprendere ad ogni costo, sforzandosi.
Personalmente ritengo che molti problemi visivi che si palesano nei primi anni di scuola siano strettamente legati all’apprendimento della lettura e della scrittura, compito di tipo intellettuale per il quale alcuni bambini, indipendentemente dall’intelligenza, non sono maturi. Questi bambini si ritrovano a dover passare da un mondo prevalentemente basato sul “fare“, a uno dove l’attività fisica va repressa a favore del “ragionare”, attività che presuppone la capacità di agire sulle dinamiche interne piuttosto che su quelle esterne. Non sapendo bene come usare uno strumento molto potente, ma dai comandi ancora sconosciuti come il ragionamento, questi bambini si sottopongono a sforzi intensi e mal diretti, che si traducono in tensioni muscolari di vario genere. Molti di loro ci vedono perfettamente a patto di non dovere svolgere attività per le quali vengono valutati e che richiedono sforzo intellettivo.
Leggere non è soltanto vedere, e una lettera non è solo un insieme di tratti: è un oggetto a sole due dimensioni che non si può toccare, ma di cui bisogna capire la valenza simbolica rischiando di sbagliare. Cinque lettere non sono 5 mele, formano un significato che non ha niente a che vedere con le lettere in sé e che va intuito tramite una conoscenza a priori: è nel concentrarsi sul significato dell’immagine, che la vista si sfuoca.
In questo senso ritengo che le attività intellettuali siano responsabili di una gran parte dei problemi visivi, ma non perché la lettura metta sotto sforzo il meccanismo di messa a fuoco: piuttosto la comprensione di cosa si sta leggendo mette sotto sforzo la mente, e la concentrazione intensa, unita alla paura di sbagliare, si traducono in un blocco del meccanismo visivo che, una volta instauratosi, può permanere nel tempo come abitudine.
Provate a osservare un oggetto o una frase scritta: ora concentratevi su un’operazione mentale, cioè contate all’indietro sottraendo sette da cento fino ad arrivare a zero (100 – 93 – 86- etc.). La vostra vista rimane costante? Oppure nei momenti di maggiore concentrazione sul calcolo cessa di essere proiettata all’esterno ed è come se la volgeste all’interno di voi stessi?
Nessuno può ragionare e mettere a fuoco contemporaneamente, sono due azioni che impegnano molto il cervello e che devono essere coordinate in fasi successive: prima si osserva, poi si deduce e si ragiona in base all’immagine memorizzata. Può sembrare strano ma non possiamo osservare un orologio e cercare contemporaneamente di capire che ora è: prima dobbiamo mettere passivamente a fuoco l’orologio e memorizzare i dati visivi che questo mostra; subito dopo interpreteremo questi dati attribuendo ad essi un significato. Le due azioni devono essere eseguite in successione corretta e sono separate da una frazione di secondo, ma se le invertiamo, tentando un’interpretazione del dato prima di averlo raccolto e memorizzato, ecco che iniziano i problemi.
Senza pretesa di certezza, credo che questo errore nel processo percettivo sia alla base di molti “difetti” sia visivi che scolastici dei bambini. In molti casi un bambino inizia ad avere problemi visivi quando le lezioni a scuola si fanno più difficili o lui sta attraversando un momento in cui si è accorto che certe cose sono “sfuggite al suo controllo”.
In generale però c’è una situazione che facilmente induce anche i più abili a commettere errori di raccolta ed elaborazione dei dati, ed è la tensione emotiva: i momenti di disagio, di aspettativa da parte degli altri e di competizione, possono “mandare in tilt” le attività di coordinazione del ragionamento delle persone, soprattutto se queste stanno attraversando un momento già impegnativo e difficile sotto altri punti di vista. Un esempio potrebbe essere la seguente interrogazione scolastica: a uno studente, improvvisamente messo al centro dell’attenzione di tutta la classe e quindi in soggezione, viene chiesto di risolvere la seguente equazione scritta sulla lavagna: X+Y=Z (x=5) (z=9). Lo studente deve riuscire a mettere a fuoco il dato (cosa che deve essere fatta in sequenza, un pezzo per volta: non è possibile mettere a fuoco tutta l’equazione contemporaneamente), deve far scorrere gli occhi avanti e indietro lungo la sequenza di segni, deve memorizzarla, poi deve interrompere l’attività di focalizzazione, compiere un ragionamento matematico, rimettere a fuoco l’equazione, controllare la sua ipotesi (spostando gli occhi avanti e indietro lungo la sequenza) e infine rispondere.
Sì, questa è la descrizione (veloce) di soltanto alcune delle operazioni che un cervello deve compiere in pochi attimi, di fronte a un compito tutto sommato semplice.
Questo avviene mentre l’insegnante aspetta e fissa lo studente, che si ritrova metà del cervello impegnata a valutare le conseguenze di un suo eventuale sbaglio e della figuraccia che sta rischiando.
Data la situazione di disagio, è probabile che lo studente cerchi di trovare una soluzione il più presto possibile e tenti di mettere a fuoco tutta l’equazione contemporaneamente, entrando in uno stato di immobilità visiva. Oppure che cerchi di “indovinare” prima ancora di essersi dato il tempo di vedere e di capire. In queste condizioni, è molto probabile che la sua capacità di messa a fuoco fallisca e lui veda tutto annebbiato.

*La Diottria è l’unità di misura della Vergenza che a sua volta è l’inverso della distanza che separa una sezione di un fascio di raggi luminosi dal loro fuoco. Si tratta di un attributo della lente e non dell’occhio.



Dai Caraibi alle spiagge del Goa, giù fino all’Australia: i freaks, l’ultima generazione di viaggiatori predoni, si è estinta con il nuovo millennio. Storia veloce di alcuni di noi.

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LA FINE DEGLI ULTIMI PREDONI

Estratto

“…Che cosa facesse a Parigi a 20 anni non è difficile da immaginare: si muoveva a scatti tra la folla, percependola fortemente e intuendo tutti i passaggi segreti alle debolezze altrui e alle opportunità che queste gli fornivano. Andava ai party, parlava poco e agiva molto, reggeva alcool e droghe come nessun altro, appariva e spariva in momenti poco opportuni lasciando sempre tutti interdetti.
Verso la metà degli anni ’70 Nick trovò un ingaggio su una grossa barca a vela che faceva traversate transoceaniche e trasportava principalmente turisti. Imparare a manovrarla gli era venuto naturale. Per cinque anni consecutivi, senza fermarsi mai, fece la spola tra le coste francesi e i Caraibi, che lui ancora oggi, rivelando un cromosoma nudo e brillante per un attimo, chiama candidamente Indie Occidentali.
I turisti in vena d’avventura non rimanevano delusi: una volta a bordo si ritrovavano prigionieri in mezzo all’Atlantico per giorni, in balia di una ciurma di ubriaconi con la stiva piena di droga, che manovravano la barca come fosse stata un motorino truccato. In quegli anni lo “standard” e la “sicurezza” non erano ancora stati inventati.
Di quei cinque anni di vita vissuta così, Nick Sound non ricorda molto, se non che si è divertito, come sempre: non c’è rimpianto nei ricordi di un predone, mai. La vita è una canzone che scorre, e tu ascolti sempre e soltanto la parte che viene. Semplicemente, a un certo punto quella cosa era finita, e lui si era spostato in un’altra stanza del grande appartamento che è il mondo, dove c’è un party continuo, basta non rimanere incastrati in bagno…”
“…Oltre alle sigarette e la droga, durante le traversate i ragazzi della ciurma contrabbandavano tutto quello che a loro sembrava interessante, redditizio e stivabile. Le musicassette pirata, destinate ai mercatini di Stati Uniti ed Europa, andavano avanti e indietro come piccoli messaggeri, portando a orecchie nuove la musica elettronica e le ultime tendenze delle discoteche. Se Nick fumava le sigarette che avrebbe dovuto smerciare, non si capiva perché non dovesse ascoltare la musica che trasportava: mentre la créme dei camerlenghi andava a contemplare un nuovo sfondo, facendo la fila nei grandi teatri di Broadway per vedere le coreografie di Béjart, lui, nel mezzo dell’oceano, ingoiò un paio di acidi, scartò una musicassetta, mise il volume al massimo e se la ascoltò da solo, di notte, mentre era al timone. E non era una notte di stelle, ma di mare mosso e nero. Questa fu la sua colonna sonora…


Isola di Naxos, Cicladi, Grecia. La storia, i miti e “le storie” di chi è passato di qui: dal 5000 A. C. fino agli hippy 2.0. Non una guida, non un romanzo: solo atmosfera.

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NAXOS SONG
CAP. XI

A Erwin Strittmatter piaceva contemplare dall’alto la lenta processione dei suoi sudditi: salivano al castello in fila per uno, tirando il loro asino, e recavano in dono ceste di viveri fragranti. Se solo fossero stati un po’ più sorridenti e non avessero tentato di avvelenare l’ultimo rifornimento di bevande, il quadro sarebbe stato perfetto.
Erwin passava il resto della mattinata in cima alla torre di Crispi, tuffando lo sguardo nel regno dell’azzurro infinito. Riposava in letti di squisita fattura veneziana, in stanze dai soffitti intarsiati, piene di storia e ritratti di nobili guerrieri. A volte gli pareva persino che i santi bizantini delle icone facessero un cenno con la testa al suo passaggio.
Di sera vagava nel Castello illuminato dai candelabri, ascoltando musica di Wagner e sorseggiando vino dal calice della messa, mentre meravigliosi sonetti si formavano nell’aria, pronti per essere trascritti.
Avrebbe potuto dimorare colà per infiniti giorni di albe e tramonti, sotto cieli trapuntati di stelle. E invece, come sempre capita quando stai vivendo un momento top, arrivò qualcuno a rompere le uova nel paniere: una bella mattina di Ottobre del 1944, cielo terso e mare calmo, una corvetta inglese si era materializzata nelle acque del porto di Naxos, a guastare il panorama.
La radio nella sala comando in cima al Castro gracchiò, mentre una voce nasale annunciava: – Qui corvetta ptkz della reale marina prrfzt. Avete perso, arrendetevi. –
Erwin corrugò la bella fronte ariana, cercando di non lasciarsi scappare il finale del poema che aveva iniziato la sera prima. Decise che avrebbe aggiustato la radio più tardi e imboccò lo scalone per andare a fare colazione.
La gracchiata dell’inglese tornò a infastidirlo: – Uscite di lì con le mani alzate, veniamo a prendervi con una scialuppa. Portate pure il vino e il formaggio, ma lasciate giù le armi. –
Gli occhi azzurri di Erwin si fecero duri come diamanti: quel mozzo di un inglese stava davvero approfittando della sua pazienza. Afferrò la radio e con voce stentorea, forse un po’ troppo stridula, dichiarò: – Giammai! Combatteremo fino a che l’ultimo anelito di vita sarà spirato dalle nostre mortali spoglie! –
I suoi 70 soldati tedeschi, il cui amore verso la vita era ingloriosamente aumentato in quell’ultimo anno a Naxos, si piazzarono mestamente alle feritoie del Castro, puntando le mitragliatrici.
Erwin si vestì di tutto punto, prese i suoi diari, un bicchiere di vino e si ritirò con alcuni ufficiali nella Cappella Kasatza, dove il ritratto di Filippo Qualcosa di Francia lo guardava comprensivo.
Il comandante inglese intanto stava osservando il Castro dal mare: in ogni feritoia si scorgeva un minaccioso baluginare di armi puntate. La pianta del Castro non era pervenuta: da quel che poteva vedere dal mare, si trattava di una costruzione gigantesca su più livelli con mura spessissime, innumerevoli posti dove rifugiarsi e un accesso minuscolo. Più lo osservava, più gli sembrava una grossa, ingegnosa trappola per topi: tentare di invaderla da terra, con i tedeschi che facevano il tiro al bersaglio dall’alto, voleva dire ecatombe sicura. Un colpo di cannone, da quella distanza e a quell’altezza, posto che centrasse il bersaglio, avrebbe soltanto scalfito le case dei patrizi veneziani che avvolgevano il Castro come una sciarpa amorevole, senza arrivare a intaccare le mura interne.
Il comandante inglese si accese un sigaro.
Stettero 24 ore a spiarsi reciprocamente, mentre la radio taceva da entrambe le parti.
Dal paese intanto erano scappati anche i gatti. I vecchi pescatori avevano spostato le barche nella baia di Prokopio e tutti in massa si erano rifugiati sulle colline, dietro la spiaggia di Plaka. A turno salivano su un masso a controllare la situazione: la corvetta aveva manovrato per mettersi di prua e non esporre la fiancata, puntando il cannone verso il Castro. Ponte deserto, nessuna attività in vista.
I naxioti si misero a mangiare un po’ di pane e pomodori e commentarono amaramente che era sempre la stessa storia. La notte era limpida, e a un certo punto qualcuno attaccò a suonare un Buzuki. Un gruppo sparuto di partigiani era sceso in spiaggia tentando segnali verso l’isola di Paros con un piccolo lume, senza ottenere risposta.
All’alba del giorno successivo si alzò un vento malandrino. L’ufficiale inglese era rimasto tutta la notte in sala di comando a guardare le feritoie del Castro, dove ogni tanto s’intravedeva una luce furtiva. Spense il sigaro e si fece passare il comando della portaerei che stava navigando nelle acque di Santorini: – Qua ci sarebbe da derattizzare una roccaforte sopra una collina – disse, e diede le coordinate.
Due aerei della R.A.F. si alzarono in volo diretti a Naxos. La gente che aveva passato la notte a Plaka li sentì arrivare da sud che come un maremoto: alcuni ragazzi si presero per mano e si sorrisero mestamente per farsi coraggio, mentre le madri corsero a prendere in braccio i loro bambini e piegarono le teste per proteggerli.
I bombardieri fecero una virata stretta e scesero in picchiata sul Castro, sganciando quattro bombe in sequenza, che caddero tutte in un raggio inferiore a cinquecento metri. Due palazzi gentilizi della prima cintura esplosero disintegrandosi.
Erwin sfoderò uno sciabolotto persiano intarsiato che aveva trovato in una cassapanca: lo puntò contro la volta della cappella Kasatza, pronto a morire, e pronunciò un’altra frase eroica indimenticabile, che però nessuno riuscì a sentire per via del frastuono.
La bomba arrivò sibilando, sfondò il tetto della cappella e piombò sul pavimento di marmo. Emise un ronzio da mosca arrabbiata e poi tacque, immobile.
Se fosse esplosa avrebbe decretato la fine del Castro, perché sotto la cappella Kasatza ci sono almeno altri cinque piani vuoti: penetrando fino alle fondamenta, la forza d’urto avrebbe probabilmente aperto la roccaforte in due parti. Invece la bomba stava lì inerme, e non era esplosa neppure quella che era caduta all’interno della Metropoli Ortodossa: due bombe su quattro avevano centrato costruzioni religiose e non erano esplose. Il Pope cadde in ginocchio rendendo grazia. Erwin pure cade in ginocchio, per un mancamento.
Piano piano, in punta di piedi, per non disturbare il mostro che dormiva nell’uovo di metallo grigio sul pavimento della cappella, i 70 tedeschi uscirono dal Castro e si consegnarono senza opporre ulteriore resistenza.
Il 15 ottobre 1944 Naxos era libera: i prigionieri tedeschi si allontanavano all’orizzonte a bordo della corvetta inglese e alcuni guardavano indietro, con un po’ di nostalgia. “Un giorno mostrerò tutto questo a mio figlio” pensò uno di loro. E così avrebbe fatto.
Erwin Strittmatter si era messo a scrivere una poesia d’addio e guardava al futuro: se collaborava e non lo processava nessuno, nella Germania dell’est avrebbe potuto fare carriera e diventare persino un poeta famoso. E così accadde.
I partigiani dell’Isola s’impossessarono delle armi abbandonate nel Castro. Un paio di Sikh con un turbante che ai naxioti non piaceva proprio per niente, si presentarono per disinnescare le due bombe inesplose, ma anche queste erano sparite, probabilmente ascese al cielo per essere santificate.
La vita riprese: adesso non c’era più nessun oppressore ma c’erano tante di quelle armi e di quell’esplosivo che si poteva organizzare qualche rivolta nuova. Si cominciò a discuterne nelle taverne, mangiando fichi secchi e bevendo ouzo…


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Introduzione

PRIMA
Sembrava impossibile, mi pareva persino che qualcuno avesse garantito che non poteva succedere, e invece sono invecchiata.
Tutto cominciò in modo drastico, l’estate in cui le mie gambe non si presentarono all’appuntamento stagionale: me ne ritrovavo un paio simile in effetti, ma l’aspetto era vagamente meno compatto e se mi avvicinavo con una lente d’ingrandimento s’intravedevano alcune vene sottopelle.
Era arrivata l’ultima estate della mia vita in cui avrei potuto mettere una minigonna. Magari sarebbero passate di moda.
Per fortuna c’erano i pantaloni e quelli mi stavano benone; almeno, fino all’ultima volta che mi ero guardata allo specchio, ma quando era stata l’ultima volta? Non me lo ricordavo ed era brutto segno: memoria che fa cilecca, inizio di arteriosclerosi.
E se mi ero osservata e non avevo notato che i pantaloni cominciavano a riempirsi dove avrebbero dovuto essere vuoti e viceversa, allora ero proprio andata.
Altri sintomi devastanti non si fecero attendere: tanto per dirne una, se piegavo il gomito si formava una grinzina sul bicipite e se sollevavo un braccio in alto, tutto, tranne l’osso, ma era questione di giorni, si spostava verso il basso. A un certo punto comparve persino la cosa che mi aveva sempre impressionato fin da bambina, l’irrimediabile segno di decadimento massimo che avevo sempre aborrito: l’ombelico triste. Quella simpatica boccuccia meravigliata si era trasformata in una smorfia silente, lì a tenere appesa una landa deserta di pelle e ossa.
Era oramai evidente che mi stavo rinsecchendo e con i capelli raccolti non sembravo più una giovane donna sofisticata, piuttosto una zitella con la crocchia: zigomi ossuti, guance cadenti e labbra increspate.
Delle rughe, quelle che vengono intorno agli occhi a ogni minimo accenno di sorriso, posso solo dire che mi sono persa le fasi iniziali del loro sviluppo, ma data la gravità degli eventi ero stata troppo impegnata a spiare un eventuale principio di cataratta nelle pupille.
Forse stavo facendo un dramma per piccoli cambiamenti che vedevo solo io, però nelle fotografie recenti avevo notato un’inquietante nonché progressiva somiglianza con le mie professoresse di liceo: me le ricordavo bene, poverelle: mica centenarie per carità, piuttosto con quell’aria ammuffita di chi finge una freschezza mai avuta, mentre ai tempi io ero nata così, giovane, spiacente per loro.
Ecco cosa pensavano quelle là a scuola, quando mi guardavano mentre le fissavo pensando ai fatti miei: “Capiterà anche a teee, capiterà anche a teee”. E a furia di maledizioni, vedi un po’ cos’erano riuscite a fare, razza di befane: mi era spuntato pure un capello bianco. L’ho strappato e me ne sono caduti diecimila subito dopo, si vede che era proprio quello che li teneva tutti uniti, vallo a sapere.
A quel punto ero molto preoccupata e feci quello che fan tutte, mi rivolsi alla solita amica infida, che trovavo piuttosto invecchiata, ma come fai a dirglielo, e le chiesi cosa ne pensasse. Lei inarcò le sopracciglia sollevando gli occhi al cielo, mentre io notavo che le avanzava ancora un po’ di pelle sulle palpebre: “Tu sei fuori! – disse – Non dimostri più di trentaquattro anni.”
“Io HO trentaquattro anni, imbecille”, dissi.
”Beh? E quanti ne volevi dimostrare? Ventidue? E io cosa dovrei fare, che sono più vecchia? Comprarmi un loculo?”
Con la logica baldanzosa e inappuntabile di chi si racconta un sacco di frottole, ne dedussi che la mia amica era invidiosa, indi io non ero così messa male, altrimenti lei sarebbe stata più rassicurante, tipico, perché avrebbe potuto permetterselo. Ma non poteva permetterselo, era evidente, indi si difendeva aggredendo. E come non capirla, fossi stata io conciata così, a camminare tutta rigida strascicando i piedi come una novantenne, con il collo da tartaruga, che a ben pensarci quello ce l’aveva sempre avuto anche da giovane, questione di postura.
A proposito: e la camminata elastica da indossatrice, con la quale mi ero guadagnata più di uno stipendio come insegnante di portamento? Mi serviva urgentemente una fila di vetrine.
Cominciai da lontano, avvicinandomi ai negozi con varie andature. Ero talmente intenta a verificare l’allineamento spalle-bacino che mi accorsi solo all’ultimo momento di mia madre: mi stava fissando dal riflesso con una strana smorfia tra il disappunto e la delusione.
Per quanto vecchio uno sia, si fa presto a tornare giovani: credetti immediatamente che mi avesse beccata a bigiare scuola e diventai rossa come un peperone. Il riflesso di mia madre arrossì nello stesso momento e questo mi diede da pensare una serie di cose in ovvia sequenza:
Che ci fa mia mamma in una vetrina?
Non posso essere io, stavo facendo tutta un’altra espressione, secondo me.
Accidenti come le assomiglio, ma non assomigliavo alla nonna?
E se tra sei mesi assomiglio alla nonna? Meglio la mamma, è ancora una bella donna.
Questa è demenza precoce, te lo dico io.
Comunque cammini da schifo.
E così cominciai a controllare la camminata, imponendomi di proseguire guardando dritta sopra le teste di tutti.
Due adolescenti a bordo di un motorino mi superarono fischiando di ammirazione. Data la giornata che stavo passando mi voltai sorridendo riconoscente.
Quello che guidava s’imbarazzò e disse «Scusi».
A quel punto cominciai a sentirmi strana e tutto quello che mi venne da pensare è che non si va in due in motorino. Ecco.
E poi dai, ero sveglia da due ore, anche se era l’una di pomeriggio, colpa del Risiko della sera prima; e mi ero già fumata dieci sigarette, colpa dello stress. Non ricordavo l’ultima volta che avevo mangiato e mi tremavano le mani. Avrebbe anche potuto essere Alzheimer.
Mi avviai alla mensa universitaria con il buon proposito di una vita più sana da quel momento in poi: non c’era niente di male a darsi una regolata, anche da giovani. Possedevo un tesserino mensa falso, abile opera di un mio amico dentista, e a nessuno era mai venuto in mente che fossi troppo vecchia per essere una studentessa. Al massimo fuori corso di due anni.
Mi sedetti al tavolo con un pasto sano e nutriente. Due tizi dall’aria innocua mi stavano fissando: ottima cosa.
Poi uno di loro sbottò illuminato: “Ma io ti conosco! Tu eri quella che veniva alla mensa “x” anni fa!”
Io non me lo ricordavo, ma almeno quello non era un problema di memoria: eravamo centinaia.
“Un’estate, mi ricordo che avevi un vestito azzurro – disse con aria sognante. – Era trasparente! Ti guardavamo tutti”.
Il vestito me lo ricordavo. Che era trasparente avrebbero anche potuto dirmelo prima.
Comunque erano simpatici e lui aveva attaccato a raccontare vecchie goliardate universitarie al suo amico matricola.
Cascai subito nella giornata da rimpatriata e li invitai a casa a bere un caffè: avevo un sacco di consigli saccenti da dare alla matricola, perché non ero ancora invecchiata abbastanza per capire che un comportamento del genere è da vecchi babbioni.
Mister Fuoricorso continuava a fissarmi sorridendo rapito e seguiva ogni mia mossa in cerca di qualcosa.
A metà caffè puntò un dito, socchiuse gli occhi scuotendo la testa incredulo e disse al suo amico: “Tu dovevi vedere quanto era bella questa qui dieci anni fa!”
Poi mi chiese: “Avresti mica una fotografia?”

DOPO
Il tempo ha continuato a passare. Mi sono messa a fare yoga. Ho adottato dei gatti. Ho comprato un camino. Finto.
Spesso provo un forte impulso a frugare nella spazzatura in cerca di mobili da riciclare, ma per il momento riesco a trattenermi.
Come tutti, ho passato le mie fasi. Un periodo ho raccolto firme per una petizione contro i camerini di prova dei negozi di abbigliamento: con quella luce bianchiccia che spiove dall’alto, ogni piccola protuberanza, ogni minima lassità tissutale, dà luogo ad una serie di ombre irregolari e cavernose, che inducono una donna in mutande a meditare il suicidio immediato.
Poi mi sono preoccupata per la pensione che non avrò mai.
A dire il vero, sono ancora preoccupata: approfitto per lanciare un appello alle autorità competenti.
Infine un giorno è accaduto un fatto tipico della senescenza: ho scosso la cenere della sigaretta nella lattina di birra che stavo bevendo. La birra poi me la sono bevuta lo stesso, e questo, lo so, è anche peggio.
Ma la verità è che pur nel cambiamento, con le nuove e scomode verità che i giorni si portano appresso, e nella consapevolezza della maturità acquisita e soprattutto vantata, uno rimane lo scemo di sempre.
Io per esempio sono corsa allo specchio per vedere gli effetti della pozione che mi ero appena bevuta perché mi ero improvvisamente ricordata dei fumetti di Asterix.
Ero lì che mi fissavo allo specchio con faccia da tonno quando mi si aprirono di botto le valigie delle memorie, quelle che uno tiene nella soffitta del cervello.
Nel mio caso particolare, tale soffitta, a parte essere enorme e limitare le aree operative, è piena di nozioni strampalate in attesa di collegamenti che di solito non avvengono mai, se non in momenti del tutto fuori luogo.
Quella volta però – sarà stata la pozione – si aprirono le valigie giuste: tempo addietro, durante un soggiorno all’estero, avevo imparato una tecnica di ginnastica facciale da una signora sessantenne che dimostrava quarant’anni. Era una tecnica potente, che poco aveva a che fare con le smorfiette suggerite dai giornali, e che si basava sulle tecniche mimiche di recitazione della scuola americana e su metodi scientifici di riabilitazione della muscolatura facciale.
Allora l’avevo imparata e messa via per tempi i tempi duri che sembravano proprio essere arrivati, mentre avevo continuato ad accumulare conoscenze che adesso parevano collegarsi improvvisamente tutte insieme, ampliando il discorso in maniera entusiasmante. Decisi che mi sarei rimodellata la faccia e avrei rinnovato il guardaroba delle espressioni, quelle che avevo erano passate di moda; avrei fatto un po’ di esperimenti e preso appunti. Ciò che segue è il risultato di lunghi anni di studio e lunghi mesi di ritiro in un bunker a tu per tu con la mia faccia e ciò che le sta dietro.


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NERD FITNESS

Level 1
Il Tempio

Fu loro concesso un Tempio e tutti vi si recavano a reclamare Fortuna. In cambio portavano in dono pietre pesanti. Quando le pietre arrivarono a occupare ogni spazio e il loro peso incrinò le colonne, la fortuna delle genti cessò ed esse iniziarono a maledire il Tempio per il dolore che stava causando.”

È facile credere che la vita di un Nerd Statico sia priva di pericoli reali: la socialità è ridotta, l’attività outdoor è pressoché nulla, le possibilità di contagio sono inferiori alla media, i rischi di essere aggrediti, investiti, colpiti da un fulmine, pure. Al massimo c’è da mettere in conto un po’ di sovrappeso, occhiaie, pelle malaticcia e l’acidità di stomaco, per via di quell’alimentazione a base di junk food che tanto bene si accompagna alle attività di concentrazione mentale e che ha l’unico svantaggio di causare un fastidioso spargimento di briciole e segni di ditate unte sulla tastiera.
Dell’aspetto estetico del corpo, il guscio insomma, chi se ne importa. Cioè, sarebbe piacevole essere belli e affascinanti ma va bene anche se lo si è un po’ meno. Piuttosto, sarebbe interessante vivere una volta la vita dell’eroe, e agli eroi non interessa come appaiono: loro, sono.
La domanda, però, è: c’è forse qualche eroe che non abbia fatto del suo corpo, qualunque esso fosse, il Tempio della sua Fortuna?
Senza un corpo non si è nulla: il cervello si nutre di se stesso e poco a poco si avvelena, mentre la posizione costantemente seduta comprime gli organi vitali, rallenta la circolazione, intralcia il flusso d’aria dei polmoni, imprigiona le articolazioni. Tutto questo traspare inizialmente da piccoli segnali, come l’addome prominente, la cellulite che si forma proprio nella zona che poggia sul sedile, le gambe che perdono agilità e sensibilità, la schiena che si curva, le occhiaie, la pelle sciupata, il fiato corto.
Finché non c’è vera malattia però, tendenzialmente tutto questo è liquidato come semplice degrado estetico, secondo una cultura di pura apparenza che non tiene conto dei significati e non vede le interconnessioni.
In realtà si tratta di segnali di malfunzionamento, il cui accumulo porta, alla fine, all’interruzione del servizio. Sbagliato scambiarli per segnali trascurabili, “tanto l’organo importante è il cervello”: il cervello è influenzato grandemente dal funzionamento dell’intestino, per esempio. Soprattutto è distribuito lungo tutto il nostro corpo, molto di più di quel che crediamo. Non esiste una separazione corpo-mente: sono un’unità operativa.
Il cervello non può fare a meno dell’Energia Libera di Scambio con il corpo: deve sentirlo e dialogare con lui, affinché possano plasmarsi a vicenda. Lasciare che le pietre si accumulino e soffochino il Tempio distrugge la Fortuna e porta infine il dolore, che impedisce al cervello di volare libero. Considerare il corpo un sacco informe e inutile, che la testa deve trascinarsi appresso, è profondamente sbagliato. Alcuni lasciano il corpo in un cassetto per giorni, poi lo sottopongono a un tour de force di un’ora di piscina e questo dovrebbe bastare: non capiscono perché pur “facendo movimento” non riescono a ottenere i risultati che vorrebbero. Altri trattano il corpo come uno stupido servetto, a cui fornire qualche piacerucolo estemporaneo, tanto per tenerlo buono, e si perdono il profondo piacere del vivere all’interno di esso e di percepirlo per quello che è: il più grande, presente, intimo e affidabile compagno che avremo per tutta a vita.
Senza un corpo con cui comunicare, siamo soli in uno spazio ostile e soffriamo come Robotman. Il corpo è il nostro Tempio della Fortuna. L’apparenza, ma soprattutto la capacità di suscitare ammirazione, ha a che fare con la capacità di onorare il tempio e venirne di conseguenza ripagati: quando il tempio è onorato, il fascino sorge spontaneo, perché è parte del pacchetto.
Ci sono molte porte da cui si può passare per conquistare un rapporto completamente diverso col proprio corpo e migliorare la qualità della propria vita sotto innumerevoli aspetti, soprattutto quello della felicità. Alcune chiavi sono in questo libro, e aprono porte dietro le quali ci sono altre chiavi che aprono porte più grandi. Così all’infinito. Non basta una vita per scoprire le possibilità di un corpo e una mente connessi con reciproco vantaggio.


I blog da cui sono tratti i post qui pubblicati sono rispettivamente:
– www.loredanademichelis.it
– Loredana de Michelis-offset blog
– Vado Ciao blog